Crema e Cremona vogliono più sanità pubblica

CREMA CR Il silenzio della direzione ospedaliera preoccupa, per il timore che dopo l’emergenza covid-19 Crema venga considerata come una sede lavorativa poco ambita dai medici, per la carenza di investimenti e innovazione, e quindi venga indebolita. Così i sindaci di Crema e di Casaletto Ceredano, Stefania Bonaldi e Aldo Casorati, hanno chiesto, in rappresentanza del consiglio dei sindaci, di essere convocati dall’Ats e dall’ospedale di Crema. La proposta, ferma da mesi, è quella di trasformare l’ex tribunale in un PreSST, ovvero un presidio territoriale sociosanitario, struttura multiservizi che dovrebbe fare da punto di riferimento per il territorio, accorpando consultori e altri servizi. Il consigliere regionale Marco Degli Angeli, come già due mesi fa, rilancia la proposta: dapprima un incontro con Ats e ospedale, per poi presentarsi dal presidente Attilio Fontana con un progetto già delineato. L’idea è rafforzare la rete di medicina territoriale, quanto mai indispensabile per evitare di gravare sull’ospedale come durante l’emergenza. Il Cremasco rischia di rimanere fanalino di coda rispetto ad altre zone della Lombardia, tanto che non partecipa nemmeno a progetti gratuiti del ministero, come quello che consente di realizzare hotspot wi-fi, preziosi per il decentramento dei servizi. I PreSST, aggiunge Degli Angeli, erano previsti dalla legge regionale 23 del 2015, rimasta in buona parte sulla carta. Si è proceduto alla presa in carico dei cronici presso i privati, ma la sanità pubblica ha perso ancora terreno. Ieri sera, a proposito di sanità, la maggioranza del consiglio comunale di Cremona ha approvato il proprio ordine del giorno, che conclude con l’invito a esaminare la possibilità di costruire un nuovo ospedale, potenziato.

Sesto, le proteste raddoppiano i biogas

CREMONA Il settore Ambiente dell’amministrazione provinciale ha autorizzato un nuovo impianto a biogas sul territorio di Sesto e Uniti. Sarà la società agricola Merino di Filippo e Nicola Sozzi, che ha sede a Castelgerundo in provincia di Lodi, a costruire e gestire la nuova attività, che avrà lo scopo di produrre 300 kilowatt a Sesto ed Uniti su aree classificate come agricole. Proprio questo è uno dei punti più contestati dalle associazioni ambientaliste, dato che la produzione di energia elettrica in quantitativo ampiamente superiore al fabbisogno di una cascina tradizionale non è mai stata considerata tipica dell’agricoltura di qualità. Non è il caso della società Merino, con i suoi 300 Kilowatt, con licenza di smaltire 63 tonnellate al giorno di biomassa. Il quantitativo, come spiega l’autorizzazione siglata dal dirigente Roberto Zanoni, non rende necessaria la Valutazione d’impatto ambientale. Il biogas, dopo il collaudo, sarà ceduto alla società E-Distribuzione. L’amministrazione provinciale sembrerebbe quindi non aver tenuto conto delle continue proteste degli abitanti per gli odori provenienti dall’altro biogas di Sesto e Uniti, quello di via Cavatigozzi nella frazione Casanova del Morbasco. Petizioni e telefonate ai vigili del fuoco non hanno dato risultati per anni, e nemmeno le diffide emesse dall’ente Provincia e l’ordinanza dell’ex sindaco Carlo Vezzini e l’esposto di Salviamo il Paesaggio. Le stesse lamentele delle associazioni ambientaliste contro il primato nazionale di biogas, che ha condizionato negativamente la produzione agricola, e la richiesta degli Stati generali di rivedere la pianificazione, non hanno trovato ascolto da parte dell’ente Provincia.

Immobiliare, fuga dalla periferia industrializzata

CREMONA Nel mese di agosto i prezzi delle abitazioni a Cremona rimangono stabili (più 0,1%), ma con un calo del 4% rispetto all’agosto 2019, considerando nella media il costo dei combustibili, come il gasolio da riscaldamento, e l’energia elettrica, in aumento nell’ultimo mese. E’ il dato che risulta dalla nota diffusa dal Comune stamattina, nel quadro della rilevazione statistica dei prezzi al consumo, che vede un lieve aumento del paniere, non in grado però di compensare il calo generale rispetto all’anno precedente. Il valore degli immobili l’anno scorso era atteso in aumento fino al 2021, considerando però la media statistica della città. In realtà, I prezzi più alti si registrano a San Felice e San Savino, dove comprare una casa costa 1.854 euro al metro quadrato, secondo le rilevazioni di immobiliare.it. I quartieri meno richiesti sono ancora Picenengo e Cavatigozzi, con una media di 1.016 euro al metro quadro, i più poveri e meno interessanti per chi vuole comprare un’abitazione. Tra i meno richiesti, anche Battaglione e Bagnara, vicino all’inceneritore, con 1.081 euro. Centro e piazza Castello si vendono invece a 1.354 euro al metro quadrato. Una relazione analitica, qualche anno fa, notando lo stesso fenomeno della fuga da Cavatigozzi, segnalava che il motivo è il degrado ambientale, fra rumore, inquinamento dell’aria e traffico. Per le case in affitto, le richieste maggiori sono rivolte agli appartamenti del centro, di piazza Castello e via Dante, i prezzi più bassi si trovano invece in via Giuseppina, Villetta e zona dell’ospedale. Incidono sempre più sul mercato le case vendute all’asta, in seguito al fallimento di imprese edili: fenomeno già notato dalle associazioni, perché indica l’esistenza di una bolla speculativa. Si è costruito troppo negli anni scorsi, in assenza di crescita demografica, con l’effetto del consumo di suolo e di una maggior presenza delle banche nel settore, disponendo di maggiori capitali.

Arvedi, deposito inerti su terreno a uso pubblico

CREMONA Da quando è stata aperta l’attività del deposito rottami dell’acciaieria Arvedi in via Acquaviva, alcuni cittadini, che fanno parte del comitato di quartiere di Cavatigozzi e delle associazioni ambientaliste, hanno incaricato l’avvocata Cristina Mandelli di presentare domande e richieste di documenti alle istituzioni, per capire quali fossero le scelte strategiche. Dall’analisi dei documenti sono risultate alcune sorprese. Fra tutte, spicca il fatto che il deposito di inerti dell’acciaieria, che si estende per 74.800 metri quadrati fra via Bastida e via Riglio, è di proprietà del demanio idroviario, gestita dall’azienda dei porti Cremona Mantova, soppressa nel 2006. Il canone annuo è di 113mila euro. La stessa area era stata concessa a Centropadane, fino al 2010, per il cantiere del terzo ponte, mai costruito. Pochi mesi prima del settembre 2012, quand’è stato approvato il progetto definitivo di Centropadane, l’ente Provincia concedeva il terreno per 15 anni al tubificio. Era il rappresentante legale del tubificio, Mario Caldonazzo, a firmare la concessione, riferendosi però alla richiesta dell’acciaieria, del febbraio 2012. E l’avvocata Mandelli ha notato che il tubificio non tratta rifiuti, mentre l’acciaieria li tratta. Soprattutto, inoltre, una delibera della giunta regionale del 6 agosto 2008, la numero 7.968, riporta le regole generali per le concessioni. Il punto 12 stabilisce che le zone demaniali “devono essere adibite a soddisfare bisogni collettivi o di pubblico interesse attraverso l’uso pubblico indiscriminato”. Grande è dunque la perplessità dei cittadini e delle associazioni, perché il terreno è stato dato a un’industria privata che lo utilizza in modo ben diverso. Il punto 11 del regolamento chiarisce anche che i terreni demaniali devono avere un uso di interesse pubblico o collettivo, ad esempio per la navigazione, la pesca, la balneazione, la passeggiata pedonale e l’attività ciclistica.

Stop alle attività extra didattiche, insegnanti senza lavoro

CREMONA Alcune attività extradidattiche non riprenderanno, lasciando senza lavoro alcuni insegnanti precari, con partita Iva o contratto di collaborazione. La decisione dipende in particolare dai dirigenti scolastici, dagli organi collegiali e dai responsabili per la sicurezza, che dovranno programmare lezioni rigorosamente allineate con le procedure per il contenimento del covid-19, tenendo conto di tutte le condizioni necessarie, come l’uso dei bus.

Linda Confalonieri, psicomotricista

Palazzo Pignano, il Si.cobas ferma l’appalto contestato

PALAZZO PIGNANO CR Lo sciopero dei lavoratori proclamato poco meno di un mese fa presso il macello MM Carni dal sindacato Si.cobas, alla vigilia di Ferragosto, sta dando risultati significativi. Lo scandalo dei pagamenti “a vacca” infatti sta per finire. In un incontro con l’avvocato che rappresenta l’azienda, Filippo Savini Nicci, il sindacalista del Si.cobas Fulvio Di Giorgio ha avviato l’intesa che condurrà all’esautoramento della cooperativa, che ha introdotto presso MM Carni il sistema di pagamento tanto criticato. Sui 24 euro pagati dall’azienda per macellare una vacca, 16 vengono ripartiti dalla cooperativa tra 14 lavoratori, i quali si ritrovano così a ottenere poco più di un euro per ogni animale macellato. Il risultato sono stipendi particolarmente bassi. Dai Cud emessi nei giorni scorsi, risultano entrate di 9mila o di 11 mila euro all’anno, per un orario di lavoro con pochi limiti. Di Giorgio critica l’azienda che non è esente da responsabilità, essendo a conoscenza del sistema e avendo beneficiato di un costo del lavoro “degno di certe situazioni cinesi”. Entro metà ottobre, secondo le previsioni, l’appalto incongruo cambierà e subentrerà un nuovo committente. I lavoratori da parte loro hanno mantenuto un atteggiamento fermo e costante, che ha permesso loro di ottenere una svolta significativa. Fulvio Di Giorgio contesta comunque il metodo seguito da chi aveva il compito di eseguire i dovuti controlli sul macello di Palazzo Pignano, dimostratisi palesemente inefficaci.

servizio uscito su Telecolor il 17 agosto 2020

Associazioni zoofili, mezzo milione e 33 cani

CREMONA L’assemblea dell’associazione zoofili cremonesi, che si è tenuta martedì sera nell’ex Ibis di via Mantova, ha suscitato qualche perplessità tra gli iscritti, per il notevole volume di denaro che viene amministrato e la discussione dai toni assai accesi, tra aspre critiche e minacce di querela. I quadrupedi ospiti del canile sanitario sono 33, lo stato patrimoniale però pareggia a 577mila euro, come una piccola azienda, tenendo conto dell’avanzo degli anni precedenti. E s’è parlato soprattutto del bilancio, più che della gestione dei cani. I votanti sono stati 53, i presenti invece erano 20, che hanno portato con sé in tutto 30 deleghe. Ci sono infatti una trentina di iscritti in più. Ha provocato sensazione il ripresentarsi di alcuni iscritti che hanno caratterizzato da vari punti di vista l’attività dell’associazione una decina di anni fa, nell’era dei processi, dei ricorsi e delle sentenze di condanna. Più d’uno, dopo l’assemblea, ha parlato di mancanza d’opportunità, anche a proposito di chi non ha subito condanne e tuttavia era presente all’ex Ibis. Chi auspicava che le persone cambiassero e si respirasse un clima nuovo ha rischiato quindi una cocente delusione. Alcuni volti noti non sono però entrati nel direttivo, nel quadro di un rinnovamento che secondo alcuni iscritti procede troppo faticosamente. Le donazioni non mancano, tanto che il Comune negli ultimi mesi ne ha ricevuta una di 50mila euro, destinata al Rifugio di via del vecchio Casello. Si tratta di un legato testamentario che porta la data del 22 maggio 2014, uno dei tanti segnali che i cremonesi inviano alle associazioni animaliste. E in diversi chiedono maggiore attenzione da parte dei Comuni convenzionati, innanzitutto da parte di Cremona.

Trenta alberi massacrati e abbattuti

CREMONA In una determina uscita stamattina compaiono due righe che valgono una sentenza: “A causa dei forti eventi atmosferici delle scorse settimane si ritiene urgente e indifferibile effettuare interventi di potature per la messa in sicurezza di alberi nella zona nord del territorio comunale”. In tutto se ne vanno così una trentina di piante massacrate dall’ultimo temporale: per la massa di foglie e rami che hanno, quando vengono investite dal vento e dalla pioggia non riescono a fare resistenza e si sradicano violentemente. Su 26mila alberi che si trovano sul territorio cittadino, alcuni, nella zona Nord di Cremona, hanno ceduto alla potenza del maltempo. Così il Consorzio forestale di Casalmaggiore è stato invitato con urgenza e il 17 agosto ha presentato un’offerta con ribasso del 3,6% sull’importo a base d’asta, poi ridotta ancora dell’1,7% su richiesta del Comune, per un totale di 37mila euro scarsi Iva esclusa. Nel caso di ciascuna pianta andata in crisi, l’amministrazione prevede un controllo fitosanitario. Spesso al posto delle piante tagliate, si insediano le auto alla ricerca di parcheggio, a causa della lentezza dell’amministrazione nel togliere le ceppaie e ripiantumare, e quando ciò avviene il risultato spesso delude i cittadini, che vorrebbero un patrimonio verde sempre rigoglioso. Aumenta invece la legna da ardere nella centrale a biomasse, che sorge accanto all’inceneritore, alimentata dai contributi pubblici. Negli ultimi tre anni, il Comune ha fatto pochissime potature: le serre municipali oltretutto hanno personale molto scarso, destinate ormai alla privatizzazione. Altre operazioni di messa in sicurezza in altri Comuni, come a Soresina, hanno dato risultati amari per gli appassionati del verde, ad esempio in via Bergamo. Ci sono state un mese fa proteste a Crema, per un intervento in particolare, che ha scolpito un tronco a forma di sedile capovolto, in corrispondenza di un cordolo di cemento.

L’ozono è qui, a Cremona e Crema

CREMONA La Lombardia è diventata la patria dell’ozono, e la provincia di Cremona dimostra di essere uno dei territori più colpiti. Secondo i dati 2019 del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, composto da tutte le Arpa, Crema ha fatto registrare ben 78 giorni all’anno oltre la soglia d’allerta, che si calcola nelle 8 ore più calde del giorno, e Spinadesco 77 giorni. La centralina cremonese di via Fatebenefratelli ha segnato il dato inquietante per 45 giorni, Corte de’ Cortesi per 55. L’obiettivo a lungo termine previsto dal decreto legislativo 155 del 2010 prevede non più di 25 superamenti annui nella media triennale e Cremona ne segna il doppio e Spinadesco il triplo come Crema.

C’è chi fa ancora peggio, come la provincia di Monza Brianza con i suoi 90 giorni, ma quel che colpisce è l’assenza di provvedimenti adeguati. La pubblica amministrazione, come nota Maria Grazia Bonfante di Salviamo il Paesaggio, dispone ormai di una mole straordinaria di informazioni ufficiali, scientificamente comprovate, ma non dà segno di alcuna inversione di tendenza, e anzi persiste negli orientamenti maturati quando l’emergenza ambientale e climatica non era così evidente. A Crema infatti sorgono ben cinque supermercati l’uno accanto all’altro nella zona dell’Iper, Cremona a propria volta sta assiepando nuove strutture di vendita, pur contenendole entro i 2.500 metri quadrati, e le proteste dei cittadini, preoccupati dall’aumento del traffico e delle polveri, ugualmente non trovano risposta. Per quest’anno il bilancio si potrà fare dopo agosto e settembre, ma visti i dati di giugno e luglio il Sistema nazionale di protezione ambientale registra un miglioramento. Anche la provincia di Cremona ha beneficiato di piogge e temporali, così come, però, di temperature molto elevate, che hanno fatto scattare l’emergenza caldo. A fine agosto, infatti, si arriva di nuovo a 35 gradi: se succedesse anche in settembre, sarebbe un record preoccupante.

Industrie e sicurezza, il M5S chiede aiuto al prefetto

CREMONA Ci sono 13 industrie a rischio di incidente rilevante in provincia di Cremona, di cui tre nella sola città capoluogo. L’ultimo aggiornamento del Piano di protezione civile del Comune di Cremona però risale al 2013, e da allora ci sono stati nuovi insediamenti e ampliamenti industriali. Di conseguenza il M5S chiede in una lettera al prefetto Danilo Gagliardi, firmata da Marco Degli Angeli e Luca Nolli, di adeguare il Piano e far conoscere capillarmente i comportamenti da tenere in caso di incidente nel quartiere di Cavatigozzi o comunque in città. Si trovano infatti nella frazione, vicini l’uno all’altro, gli stoccaggi di gpl Nuovabibes e Liquigas e quello di combustibili Tamoil. C’è poi la Sol, che si trova sotto la soglia che imporrebbe il rispetto della direttiva Seveso ma è registrata in Prefettura per lo stoccaggio e la distribuzione di gas medicali. L’occasione per una svolta all’insegna della trasparenza potrebbe essere data dall’incendio scoppiato giovedì scorso presso l’acciaieria Arvedi. In proposito i due esponenti pentastellati chiedono al prefetto di sollecitare il Comune a convocare l’Osservatorio in modo permanente e con cadenza regolare, riunendo quindi Ats, aziende, enti locali, comitato di quartiere, sindacati, Arpa, vigili del fuoco e ogni ente competente. L’ultima riunione è datata 2018, e da allora i cittadini non hanno più luoghi per visionare gli atti, confrontarsi e avere informative precise. Il disagio dei cittadini di Cavatigozzi traspare dalle parole di Stefania Lampugnani, del comitato di quartiere