Non c’è settembre senza “Eskimo”

Eskimo” è una canto di lutto per la giovinezza che si trasforma dolorosamente in maturità, e di lutto per le passioni dell’età (i vent’anni, in cui “si è stupidi davvero”). La nostalgia è lacerante ma diventa rabbia e sentimento di conquista dell’età matura: è cambiata la Stimmug, la tonalità emotiva di quei tempi (il Sessantotto, benché in realtà la canzone uscita nel ’78 si riferisca all’inizio “vent’anni fa o giù di lì”, cioè al ’58 o al ’60). La donna amata, cui è dedicata “Eskimo”, ormai si è distaccata, non ci bada e non baderà e alle canzoni, neanche a questa, come dichiara esplicitamente il finale. La nostalgia è dominante: se n’è andato un mondo, una città (Bologna) che non è più la stessa pochi anni dopo. Anche l’amata non è “cambiata di molto” eppure l’amore si è spento. Il cambiamento è irreversibile: per questo dilaga il canto, che si riferisce a un’epoca e si conclude solitario e apolitico, dopo aver celebrato la passione della “rivolta tra le dita”, la lotta per la libertà sessuale e il benessere economico, la fuga dalla povertà, a partire dai pochi audaci con in tasca “L’unità”. Il benessere viene raggiunto, come la libertà, quando la passione, però, si è spenta per sempre.

 

 

 

 

 

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