11 settembre, il ricordo di un italo-americano newyorkese

Quello che può sembrare un dono è allo stesso tempo una maledizione perché ricordo con la stessa lucidità momenti mostruosi come quel giorno. Quel giorno la mia giornata di lavoro iniziò come sempre in ritardo e, arrivato in ufficio, incontrai due dei miei colleghi davanti all’entrata del palazzo, pensai subito: “guarda questi qui che sono già in pausa prima delle dieci” ma solo più tardi mi resi conto che stavano seguendo le notizie nei “ticketron” di Times Square. In ascensore qualcuno disse che un aereo si era schiantato contro una delle Torri gemelle ma al momento pensai a uno dei tanti aerei privati che volano in continuazione nel cielo di Manhattan. Non avevo ancora seguito le news. Poi le immagini si susseguono in continuazione e si accavallano sugli schermi televisivi, il caos è incontrollabile così come lancinante è il dolore vissuto da tutti quelli che come me si trovavano in citta al momento dell’attacco. Dall’ufficio di fronte al mio, seguendo con lo sguardo 7th ave, si poteva vedere il fumo nero proveniente dalla torre appena colpita, quando improvvisamente arrivò il secondo schianto contro l’altra e il suo crollo. Uno dei miei colleghi si trovava all’interno della torre, è non torno più, in ufficio una ragazza incinta non riusciva a mettersi in contatto col marito che lavorava in una delle due torri, il panico era negli occhi di tutti. Da lì a poco le linee telefoniche smisero di funzionare, tranne una del mio ufficio che avevo fatto isolare dal resto del palazzo, e in poco tempo mi ritrovai con una fila di colleghi davanti alla mia porta che mi supplicavano di poter usare il telefono. La Banca per la quale lavoravo non smise di operare, fin a che le linee che ci collegavano con FED/CHIPS/SWIFT rimasero attive ma dopo aver ultimato un ultimo backup del sistema per mettere i dati al sicuro, il personale venne congedato. Ero appena arrivato a casa quando il mio capo, mi chiamò per chiedermi di tornare indietro, dovevamo riattivare il sistema e renderlo perfettamente funzionante per il giorno dopo. Io e altri tre colleghi avevamo le stanze prenotate all’Holiday Inn di Times Square, arrivato al check-in mi chiesero se poteva andarmi bene una stanza con vista Sud, al momento non capii il significato di quella domanda ma quando arrivai in camera, mi resi conto che Sud voleva dire vista su Down Town. Quel dettaglio al check-in mi fece comprendere il dolore e la disperazione dei cittadini per quanto era accaduto e quanto una semplice vista sul centro potesse essere ritenuta troppo forte da sopportare. Nelle ore immediatamente successive, nei giorni, nelle settimane e nei mesi che seguirono, i newyorkesi furono uniti nella tragedia, mostrando al mondo intero il loro lato umano ed eroico da chi soccorreva i feriti, a chi si occupava degli scavi con le gru e con le mani nel tentativo di trovare una vita, a chi offriva una tazza di caffe calda, una giacca o un abbraccio di conforto.L’indomani mentre il resto della nazione era ancora in lock-down noi eravamo già al lavoro per ripristinare il sistema bancario. La Federal Reserve aveva problemi nel suo centro alternativo perché non aveva completato l’installazione dei nuovi sistemi di comunicazione, invece io ero in grado di recuperare i “modem” archiviati e con un po’ di improvvisazione in un ora li ricollegammo tutti, far i primi ad aprire con i FED. NYC “is too big to fail” e non fallì. La mia storia finisce qua ma non il dolore che mi perseguita dovunque, dalla finestra del mio ufficio che si affaccia sulla zona di ricostruzione, dalle le persone che incontro nei miei viaggi e che mi incalzano con domande che rasentano una curiosità morbosa, o semplicemente dal turista con la point-and-shoot che ti chiede indicazioni per raggiungere “ground zero”, o ancora dalle immagine incessanti in TV dagli articoli di giornale e le opinioni degli analisti che sembrano non finire mai. Ricordare non serve, non ci darà indietro chi abbiamo perso. Pane, case, lavoro, pace per quelli meno fortunati di noi che usano la violenza per farsi sentire, e vendicarsi per ciò di cui noi tutti siamo responsabili.

(Lettera firmata)

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