Ilva, Arvedi preme: “Non ho mai ricevuto aiuti dallo Stato”

Il senatore Massimo Mucchetti ha dichiarato stamattina a Cremona in sala Rodi che l’ex proprietà Riva “patteggia” con la magistratura milanese. sala-rodi

Ci sono ancora nove mesi di tempo perché si concluda l’acquisto dell’Ilva di Taranto, ancora commissariata, da parte di una delle due cordate italiane (l’una con Arvedi, assieme alla società finanziaria di Del Vecchio e Cassa Depositi e Prestiti, l’altra guidata da Marcegaglia), altrimenti i francesi di Arcelor-Mittal potranno diventare proprietari, garantendo subito il pareggio di bilancio e ponendo fine alle perdite di circa 12 milioni al mese, senza però poter salvare circa 4mila posti di lavoro in bilico. Stamattina in sala Rodi l’industriale Giovanni Arvedi ha giocato tutte le sue carte migliori  (“Aiuti di Stato non ne ho mai visti”, ma anche l’esposizione dei vantaggi dati dalla sua tecnologia), nel confronto pubblico col senatore Massimo Mucchetti, presidente della commissione industria commercio e turismo. Una trattativa aperta, ma perché in pubblico? La questione dell’Ilva è cruciale: venduta ai francesi l’Ilva, maggiore acciaieria d’Europa, capace di fare il prezzo dell’acciaio, l’Italia perde una posizione strategica. Del Vecchio però non ha ancora manifestato disponibilità a investire quanto necessario, mentre la Cdp non verserà più di 800 milioni di euro. Arvedi, che ci mette la tecnologia, in vista di una produzione ibrida, quindi in parte mediante forno elettrico, potrebbe essere socio di minoranza, ma comunque ha voluto mostrare pubblicamente di essere del tutto presente e disponibile a compiere il passo. I capitali però ancora non si vedono, forse in attesa che si chiarisca il dubbio sul futuro del governo italiano, in attesa dell’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Sin dall’inizio del confronto organizzato dal Pd provinciale, introdotto da Fabrizio Aroldi (commissione lavoro) e moderato da Vittoriano Zanolli, proseguo riportando una sitensi di quanto detto, Arvedi ha chiesto un impegno forte da parte dello Stato, considerati i caratteri della globalizzazione, che necessita di una competitività globale che tien conto delle dimensioni delle aziende, dei trasporti e delle comunicazioni. Fra Usa e Canada su 27 acciaierie ne sono rimaste 11. E’ una competizione dura, che dal 2008 vede il sopravvento della finanza, capace di muovere immensi capitali rapidamente, sull’industria; ingenti risorse pubbliche sono state date alle banche e non al settore produttivo (“contro i nostri valori” ha sottolineato Arvedi).

Mucchetti ha ribattuto che la competizione dev’essere ad armi pari, nell’Unione europea fondata su principi liberali, dalla quale non c’è da aspettarsi un aiuto alla siderurgia italiana: è auspicabile che non ci siano ostacoli. Situazione complicata: “Ma tante volte ne abbiamo parlato con Arvedi: dalle difficoltà si generano opportunità”. A Taranto è possibile una produzione ibrida che usa anche il forno elettrico fondendo materiali ferrosi, non più rottami. Non va favorito chi fa dumping, vendendo acciaio sottocosto: la Cina ha ha previsto una produzione talmente elevata da trovarsi ora in sovracapacità. Fare il tifo per i cinesi, come ha fatto qualcuno, è stato un errore. L’intervento dello Stato è possibile ma sotto forma di intervento politico, in grado di strutturare l’iniziativa privata. L’esempio è francese: la Peugeot era in grave crisi e lo Stato francese l’ha accompagnata verso la quotazione in Borsa e la cessione di quote a un gruppo cinese. Velatamente così Mucchetti fa notare che Arvedi non è quotato in Borsa, come varie aziende italiane.

 

(fine prima parte)

 

 

 

 

 

 

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