Trescore e Quintano, indagine epidemiologica dell’Ats

TRESCORE CREMASCO Stupore e delusione a Trescore, da parte dell’avvocato Cristina Mandelli e dei cittadini che abitano nella zona delle centraline a biogas, ben cinque in tre chilometri quadrati, fra Trescore e Quintano. Dopo la serie di autorizzazione da parte del settore Ambiente della Provincia, dodici biogas in una settimana, il dirigente Roberto Zanoni ha risposto al legale che chiedeva informazioni ambientali, e il diritto dei suoi assistiti di partecipare ai processi decisionali, secondo la convenzione di Aarhus e la sentenza della Corte Costituzionale che ne conferma il valore di legge. Il dirigente ha negato ogni titolo ai residente, ogni loro interesse diretto e ogni titolo giuridico, riferendosi alla considerazioni svolte dalla conferenza dei servizi che ha autorizzato gli impianti. La convenzione internazionale con valore di legge, a quanto pare, si ferma a Crema e a Trescore non arriva e non vale più, anche se il sito dell’ente Provincia ricorda proprio questi diritti. Così i cittadini stanno cercando di organizzare un comitato, dato che il Comune ha definitivamente negato l’accesso agli atti, proprio come l’ente Provincia. Problemi ce ne sono, visto che l’Ats ha disposto la valutazione dell’impatto sulla salute, che ricomprenda anche gli impianti limitrofi, da considerare quindi come un’entità unitaria, e la quantificazione delle ricadute degli inquinanti al suolo e riferimenti alla situazione epidemiologica dell’area indagata, ed è previsto dall’autorità sanitaria anche il monitoraggio delle emissioni odorifere e dei rumori. Una delle centraline di cogenerazione a biogas, per produrre 300 kilowattora, consumerà, secondo l’autorizzazione provinciale, più di 5.400 tonnellate annue di letame e liquame, 2.700 tonnellate di prodotti insilati, e 1.460 tonnellate di sottoprodotti alimentari e agroindustriali, che derivano dalla produzione di pomodori, olive, frutta, cereali e risone. Alimenti che vengono bruciati per generare energia elettrica. Anche parte delle coltivazioni agricole servono a produrre elettricità. La letteratura scientifica sulle emissioni inquinanti del biogas è ben nota, ma in questo caso la Provincia non ha accettato il confronto con i cittadini, che si trovano ad abitare anche a soli 60 metri da uno degli impianti. L’avvocato Mandelli, che rappresenta alcuni residenti assieme al collega Giovanni Siniscalchi, lamenta che non sia stato affatto considerato il principio di precauzione, in attesa di valutare gli effetti sulla salute. Resta una domanda: perché attendere l’esito di un’indagine epidemiologica e non prevenire eventuali danni, evitando una simile concentrazione di centraline a biogas a distanza ravvicinata? In Comune, invece, il sindaco Barbati non fa che rassicurare i cittadini.

 

 

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