Il superamento dei limiti delle polveri sotilli: se non fosse un tema tremendamente serio, sarebbe ormai noioso (di Benito Fiori)

 

Con il PM10 e PM2.5 siamo sempre, tecnicamente e di fatto, in stato di allarme. Le preoccupazioni della pubblica opinione sono scarse e solo alcuni organi di stampa locale segnalano la pericolosità per la salute umana, mentre le istituzioni seguono diligentemente la situazione, annunciando le solite ed inuitli misure di contenimento. Il Circolo “AmbienteScienze” nei giorni scorsi ha letto quelle che il Comune di Cremona intende prendere se e quando registrerà il superamento per il settimo giorno consecutivo del livello di attenzione previsti dalla legge di 50 μg/m3 per il PM10. Un livello però che, com’è noto, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), proprio per la difesa della salute, raccomanda da anni sia posto a 20 μg/m3, come a dire che quei 50 μg/m3 fissati dall’UE tutelano altro. La E.R.S., “European Respiratory Society”, associazione internazionale di medici dell’apparato respiratorio che conta oltre 10.000 aderenti in 140 diversi paesi, negli anni scorsi aveva scritto su un importante documento pubblicato sulla sua rivista “European Respiratory Journal” che cosa tutelano, chiarendo che quei 50 μg/m3 sono soltanto una mediazione tra le esigenze della poltica e dell’economia.

Quei 50 μg/m3 non tengono conto neppure della conclusione degli studi condotti dalla I.A.R.C. (International Agency for Research on Cancer), organismo dell’ONU unanimamente riconosciuta come unico ente con il compito di classificare le sostanze in base alla loro cancerogenicità. Il 17/10/2013 (Vol. 109 della “Monographie”) essa ha classificato le poveri sottili (PM) al “Gruppo 1”, certamente cancerogene.

Ne è la prova il fatto che i valori delle emissioni sono determinati dalla logica B.A.T., Best Available Technology, ovvero dai «… rendimenti conseguibili con i ritrovati tecnologici piu’ avanzati ed economicamente sostenibili.» (http://www3.uninsubria.it/uninsubria/allegati/pagine/6484/7.pdf ).

manhattan
Manhattan, passato presente e futuro globale

Non a caso, molti esperti, proprio per sottolineare la gravità dell’effetto nocivo per la salute di questi inquinanti, auspicano che non si faccia più riferimento al PM10, ma alla sua frazione più pericolosa perché più invasiva, ossia al PM2.5 che ne costituisce il 60-80%. Ricordato che il limite di questo particolato “ultrafine” (stranamente di legge soltanto da due anni) è di 25 μg/m3 al giorno e come media annuale. Si fa notare da un lato che è regolarmente disatteso nella pianura padana e che, dall’altro lato, l’OMS ne sostiene da tempo una riduzione a 10 μg/m3, essendo responsabile di un taglio medio delle aspettativa di vita di circa 8,6 mesi.

Una amara chiosa la merita l’irridente passaggio del documento governativo «Concentrazione atmosferica degli inquinanti – 3. Qualità dell’aria ambiente: Particolato (PM2.5) – DESCRIZIONE», laddove titola la Tabella 1: “PM2.5 – valore limite per la salute umana(http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_paginaRelazione_1438_listaFile_itemName_2_file.pdf).

Impossibile a questo punto ignorare l’annuale rapporto “Air quality in Europe 2016” dell’E.E.A., Agenzia Europea per l’Ambiente: in Europa nel 2013 le morti causate direttamente, o favorite, dal solo PM2.5 sono state 467.000, in Italia 66.630 (+ 12% rispetto ai dati del 2012): 20 volte più, nello stesso anno, dei 3.385 morti per incidenti automobilistici. Una seppure grossolana estrapolazione fa dire che a Cremona siamo vicini ad una mortalità di 150 decessi l’anno, circa 2 ogni 5 giorni.

È pertanto difficile negare la corresponsabilità morale di una Amministrazione pubblica se comproprietaria di una fonte di inquinamento dell’aria e, per quanto riguarda quella di Cremona, il riferimento all’inceneritore è evidente.

Circa i provvedimenti per l’abbattimento delle emissioni le amministrazioni locali lombarde si rifanno al “Protocollo sperimentale e a tutela dell’aria”, una raccolta di appelli e auspici ai cittadini perché non inquinino, visto che i provvedimenti,, pur presenti, hanno una possibilità di controllo presssoché uguae a zero. Un esempio per tutti: «riduzione di 1 grado centigrado del valore massimo delle temperature dell’aria nelle unità immobiliari e nei locali interni di esercizi commerciali passando da 20°C a 19°C con tolleranza di 2°C.».

Ebbene, dal Comune di Cremona, città al centro della pianura padana, ritenuta una delle aree del pianeta più inquinate, ci si attenderebbe ben altro a difesa della salute dei suoi cittadini. Ad esempio, una forte azione politica, come la convocazione dei Sindaci dei 22 capoluoghi delle regioni padane che figurano tra le 120 città più inquinate d’Europa (http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/08/02/15694/) per richiedere alle loro Regioni di appartenenza l’avvio urgente di iniziative ben più efficaci. Un ottimo esempio è quello preso il 2 dicembre scorso dai «sindaci di quattro metropoli (Parigi, Madrid, Atene. Città del Messico), (che) hanno deciso di espellere i veicoli diesel dai centri delle loro città entro il 2025. L’impegno è stato preso oggi a Città del Messico, nel corso della conferenza dei sindaci C40 sul cambiamento climatico.» (http://www.repubblica.it/ambiente/2016/12/02/news/riscaldamento_globale_da_parigi_a_citta_del_messico_via_il_diesel_dal_2025_-153306625/?ref=HREC1-34 ). Per “C40” si intende il gruppo di sindaci, ivi compreso quello di Milano, che difendono il clima. Già, perché l’”ACCORDO di Parigi” per l’abbattimento dei gas serra (climalteranti) prevede un sicuro impegno delle Amministrazioni locali, cui è chiamata ovviamente anche quella di Cremona.

Per quanto riguarda il preciso riferimento del “C40” ai veicoli diesel, esso va inteso per la pericolostà per la salute umana dei loro gas di scarico. Infatti, la già citata I.A.R.C. il 12/6/2012 (Vol. 105) li aveva classificati al gradino più alto: “Gruppo 1” (sicuro rischio di cancerogenesi). Per non indurre in confusione tra inquinamento e cambiamento climatico, è il caso di rammentare che l’origine dei due problemi, inquinamento e riscaldamento globale, è comune: la combustione delle fonti fossili (carbone, legna, petrolio, gas) e degli RSU (Rifiuti Solidi Urbani). Bruciare questi ultimi, oltre a produrre inquinanti come le diossine, vuol dire emettere la più alta quantità di CO2 per ogni kWh prodotto: 940 grammi, a fronte dei 900 del carbone, dei 720 del gasolio, dei 500 del metano (Dati della “Convenzione quadro” presentati alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo del 1992, a Rio de Janeiro).

Sull’abbattimento delle emissioni della combustione delle fonti fossili, purtroppo, le istituzioni italane in genere sembrano sorde. A conforto, si richiama l’attenzione sui dati di vendita delle auto elettriche (EV) dello scorso anno nel quale l’Italia rispetto all’Europa è il fanalino di coda. Questo il quadro della situazione: «Secondo i dati di Cives (Commissione Italiana Veicoli Elettrici e Stradali a Batteria, Ibridi e a Celle Combustibili),la Norvegia è arrivata nel 2015 a 68.600 (23,6% delle vetture immatricolate), l’Olanda a 87.500 (9,9%) la Svezia a 21.200 (2,5%), la Francia a 54.300 (1,2%), il Regno unito a 47.000 (1,2%), l’Austria a 6.500 (0,9%), la Germania a 45.700 (0,7%) la Spagna a 6.400 (0,2%). Ultima per quota di mercato l’Italia che ha raggiunto 5.500 immatricolazioni (0,13%).» (http://nova.ilsole24ore.com/progetti/europa-unita-per-lauto-elettrica/).

Un’ultima riflessione va alla vistosa diversità dei “numeri” sulla mortalità da inquinamento da smog tra quelli del citato rapporto dell’E.E.A. e quelli del progetto italiano V.I.I.A.S. (Valutazione Integrata dell’Impatto Ambientale e Sanitario dell’inquinamento atmosferico) pubblicato il 5 Giugno 2015 sul sito del Ministero della Salute e finanziato dal Centro Controllo Malattie che per il 2020, a causa del solo PM2.5, prevede 28.595 “decessi attribuibili”. “AmbienteScienze” non è in grado di trovarne le ragioni inoppugnabili, fa però osservare che uno degli strumenti più importanti per il rilevamento statistico delle

cause della morbilità e mortalità da neoplasie, ossia il “Registro tumori”, nel nostro paese è al momento scarsamente utilizzabile. Istituito a “rete” per legge soltanto tre anni fa, è partito, grazie a “AIRTUM”, con una copertura del territorio nazionale già del 50%, oggi lo stato dell’arte è il seguente: 74% delle zone formalmente coperte (mancano vaste aree del Piemonte, della Toscana e del Lazio), ma solo il 16% è in regolare attività (http://www.registri-tumori.it/cms/it/copertura). Si potrebbe con qualche ragione affermare quindi che queste lacune sono di evidente ostacolo a necessari studi epidemiologici di molte zone del paese. In particolare, di quelle caratterizzate da concentrazione di realtà produtive (industrie) e di mobilità (strade e autostrade) in un quadro morfologico naturale sfavorevole al ricambio dell’aria, come appunto la pianura padana.

La scusa addotta è la solita: la mancanza delle risorse economiche perché questa isituzione sia pienamente efficiente. Motivazione che fa anche pensare a scelte strategicamente più attente alla crescita del Pil e dei posti di lavoro e non alla tutela della salute, come peraltro sostiene la già ricordata E.R.S., ma come peraltro chiaramente è prevista dall’art. 32 della nostra Costituzione.

Dalle più recenti notizie parrebbe che il governo si stia attivando per rendere più competitivo per le tasche dei cittadini il mercato delle auto elettriche rispetto a quello delle auto tradizionali. La speranza è che le risorse necessarie provengano dai 14,7 miliardi di euro che nel 2015 sono andati alle fonti fossili (per il 90% ai produttori) in incentivi, facilitazioni fiscali e altro.

Benito Fiori

circolo Ambientescienze

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