Chi fa girare il pallone

Quel che interessa è il valore aggiunto (a che cosa poi?) per la città intera, lo dichiarano il direttore del giornale “La Provincia di Cremona” e il presidente industriale Giovanni Arvedi per ben due giorni consecutivi, nella liturgia della promozione in B della Cremonese. Per la città intera, s’intende, vista con la lente deformante della media statistica e dell’orgoglio di fazione, non certo per tutti i cittadini, al di là di una passione d’appartenenza che sfoci, chissà mai, nella gioia della sottomissione. Ogni attività benedetta dal successo e dal consenso sociale diventa capitale sociale politicamente utile ed economicamente fruibile dalle attività produttive. Il General intellect di Karl Marx non perdona: tutto ciò che produce socialità, abilità varie, abilità di ogni tipo è disposto a trasformarsi in forza lavoro quindi capitale: e il calcio ne è nitida metafora. La strumentalizzazione politica delle squadre di calcio è evidente: i casi della Juventus nazionalista di Agnelli prima e del Milan di Berlusconi (molto discutibile) poi sono i più evidenti. E poi Cremona è malata. Ha bisogno di successo, di protagonismo, soffre di carenze affettive, troppe persone sono giustamente deluse dall’andamento dell’economia e dall’impoverimento dei rapporti sociali. L’età media sale, la crisi demografica è tale che non viene compensata neanche dall’immigrazione, purtroppo non pienamente accompagnata dall’integrazione che sarebbe sì un vero straordinario successo. Anzi, la rabbia è diventata un fenomeno diffuso, così che il razzismo forse non è mai stato così forte. Ecco allora il nuovo mito, la favola, l’ideologia: la Cremonese. La promozione in serie B, per la quale secondo il presidente Arvedi vale la pena di pregare la Madonna Lauretana, patrona della città, viene presentata come un successo della città, addirittura, non solo della squadra che l’ha ottenuta col sostegno dei tifosi.

Quindi la legittima difesa dall’ideologia è giustificata. Occorre sempre contrastrare la mitologia finalizzata alla politica di potenza e all’espansionismo industriale ammantato di cirtù civili tanto propagandate.

Questa è una città verticistica, con un potere economico industriale, quello dell’Arvedi, palesemente dominante e una ridistribuzione di ricchezza molto limitata e il Comune non può capovolgere questa dinamica, quindi, impotente, esulta coi suoi assessori e consiglieri sui social network. La povertà è ben più diffusa che vent’anni fa, come in altre città. Ricchezza, successo sociale e potere sono concentrati in salde mani.  Lo sport, a sua volta, è votato al successo, al dominio di qualcuno su altri. La passione della parità tra esseri umani, nella loro differenza irriducibile, è quanto mai rara, retrocessa continuamente per favorire i rapporti di dominio e le loro conseguenze economiche.

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