Il centro sociale Dordoni: il sindaco ha deluso. Lettera aperta sullo sgombero

 
Nel saggio “Mappe del tempo”, il sociologo di origini israeliane Eviatar Zerubavel illustra come lo scorrere del tempo, lungi dall’essere percepito nella sua naturale successione algebrica, venga ricordato, interpretato e quindi tramandato nella sua forma “socialmente percepita”. Nella storia dell’umanità e dei singoli popoli alcuni anni, addirittura alcuni mesi, vivono di una “densità mnemonica” fuori dal comune, mentre addirittura secoli possono cadere nel dimenticatoio come “periodi vuoti”. Questa, naturalmente, è una costruzione sociale, figlia della centralità storica che culturalmente – e in maniera spesso consapevole e interessata – assegniamo ad alcuni eventi rispetto ad altri.
Quindi chissà che cosa avrebbe detto Zerubavel studiando il micro-cosmo della nostra città di provincia. Probabilmente spulciando i commenti nel gruppo cittadinista locale, sfogliando le pagine del quotidiano provinciale oppure leggendo gli articoli postati dalle testate online si sarebbe accorto che c’è una data, nella storia recente di questa città, che torna con forza nella parole e nelle dichiarazioni di molti, che vive di una “densità mnemonica” fuori dall’ordinario: il 24 gennaio 2015. Per qualcuno sembra diventata un’ossessione, per qualcun altro uno spartiacque, per molti probabilmente è rimasto ancora un grosso punto interrogativo.
E’ soprattutto – ma non solo – per coloro i quali sentono aleggiare un grande “perchè?” nella propria testa che scriviamo queste righe.
E’ stata la discussione di un ordine del giorno, in consiglio comunale, sulla chiusura dei centri sociali a farci prendere la decisione di lanciarci nella stesura di una lettera aperta.
E’ un format decisamente a noi atipico, soliti come siamo a prendere parola nel dibattito pubblico con comunicati, articoli o conferenze stampa. Eppure questa volta abbiamo deciso di lasciare da parte la formalità del lessico e dei discorsi del “parlar politico” per sottrarci ad una dinamica che ormai ha iniziato a tediare. Il gioco delle parti che da due anni a questa parte ha visto come attori il sindaco e la sua compagine di governo da una parte, l’opposizione capeggiata da Carpani della lega Nord dall’altra e la stampa che avrebbe analizzato lo svolgersi della battaglia dal suo quanto mai fasullo punto di osservazione rialzato, terzo e neutrale. E noi, purtroppo, che probabilmente ci siamo schierati su un campo di combattimento dove si stava svolgendo una battaglia i cui fini non erano i nostri, e la posta in palio era la credibilità per la prossima tornata elettorale delle formazioni politiche che animano il consiglio comunale.
Perché di questo stiamo parlando: lo sgombero del centro sociale Dordoni non è alle porte e probabilmente non lo sarà per ancora tanto tempo. E’ diventato argomento da campagna elettorale, ma sia sindaco che opposizione sanno che non è un’ipotesi realizzabile perché, in ultima istanza, le redini del gioco le tiene in mano la questura. E quest’ultima, mossa da pragmatismo realista, sa benissimo che nel breve e nel lungo periodo uno sgombero forzato creerebbe più problemi di ordine pubblico rispetto alla situazione attuale. Chissà che confusione che questa notizia potrebbe creare nella testa dei – a dir vero pochi – commentatori seriali da social network che vedono nel PD il nostro padrino politico. Probabilmente si scontreranno contro un rompicapo senza capo né coda: perché per tenere in piedi un fantomatico rapporti di parentela con i “poteri forti” della città dovranno dire che la Questura è la mamma che premurosamente ci coccola. Paradosso di difficile soluzione, vero? sgomberateli-voi
Togliamo dal campo ogni ambiguità: abbiamo sempre sentito come nostro dovere – e come interesse politico – prendere parola sul 24 gennaio, ma abbiamo dato per scontato che il teatrino della “campagna elettorale permanente” fosse un campo in cui potevamo ritagliarci, contro le narrazioni dei partiti, il nostro spazio di parola e visibilità. Probabilmente è stato pure così, ma abbiamo fatto sicuramente un grosso errore – il primo di una serie – nel limitarci a quel veicolo e format comunicativo. A colpi di brevi comunicati, funzionali al fatto che venissero pubblicati dai giornali cartacei e online, abbiamo con arroganza tralasciato un piano del ragionamento più articolato e approfondito che eppure, dopo la concitazione del periodo immediatamente successivo al corteo, ci è stato implicitamente chiesto da tanti e tante che hanno frequentato e attraversato il centro sociale negli ultimi anni. Su infoaut.org la sera stessa è uscito un editoriale, il giorno dopo un comunicato del collettivo del centro sociale e nel periodo successivo sono arrivate regolarmente degli aggiornamenti prima sullo stato di salute di Emilio e dopo sulla situazione giudiziaria dei molti indagati e processati; eppure con questi scritti ci siamo rivolti soprattutto alle soggettività militanti che, con le dovute differenze – chi critico, chi solidale – condivideva già con noi un lessico, un armamentario teorico, un piano di ragionamento. Non abbiamo curato abbastanza la comunicazione con le soggettività che sul territorio ci chiedevano genuinamente il “perché” di quella giornata, senza però masticare il linguaggio del “movimento” e i suoi orizzonti teorici; abbiamo anzi preteso che fossero soprattutto gli altri a fare dei passi nei nostri confronti, mossi dal tentativo di capire e comprendere, invece di assumerci noi la volontà di andare incontro a chi poneva domande. Un approccio arrogante con esito farsesco per chi ha l’ambizione di porsi come avanguardia politica.
Con queste persone non possiamo che riconoscere i nostri errori e prometterci, a partire dal prossimo futuro, di lasciare da parte la presunzione che ci ha caratterizzato e ad assumere un atteggiamento di maturità politica diverso.
Chiarito questo aspetto per noi centrale vogliamo proseguire con il nostro discorso.
Sappiamo che il rischio di un scritto che vuole parlare a tutti sia quello di non parlare effettivamente a nessuno eppure non possiamo ritenere conclusa qui la lista dei nostri destinatari.
Proviamo a procedere con ordine, lanciandoci in questo tentativo azzardato.
Prima ci siamo rivolti agli amici potenziali, arrogantemente trascurati; ora parleremo a coloro che hanno camminato sul filo del rasoio, assestandosi sul picco dell’equidistanza, rischiando di precipitare ora da un lato, ora dall’altro del burrone; in ultima ci rivolgeremo alla nostra contro-parte politica, nello specifico nella persona del sindaco Gianluca Galimberti.
In una città come Cremona le associazioni e le organizzazioni politiche progressiste (usiamo questo termine consapevoli di “tagliare con l’acccetta” sfumature, divergenze, tematizzazioni contrastanti e problematicità di fondo in tale categoria) si contano su una mano ed è inevitabile dire che il 24 gennaio è stato spesso inteso come uno spartiacque che ha diviso un campo amico su posizionamenti specifici ed inequivocabilmente opposti. O meglio, noi stessi siamo stati i primi a fornire questa lettura delle cose.
Anche qui vogliamo fare la nostra parte di autocritica. Probabilmente questa visione è stata il prodotto di una nostra ingenuità di fondo: abbiamo pensato che il fatto di aver percorso tratti di percorso insieme, fianco a fianco – alcuni più importanti, altri meno – fosse un’ ipoteca sul futuro agire politico comune, dove le contraddizioni e le divergenze anche aspre potessero sempre risolversi in una dialettica politica franca e aperta. I fatti hanno dimostrato che non è stato così, probabilmente per responsabilità e chiusure reciproche. E nonostante fosse chiaro, da parte nostra, che la frammentazione di un campo solo apparentemente univoco sarebbe stata prima o poi inevitabile, la realtà ha ancora una volta mostrato lo iato esistente tra la teoria e la prassi facendo emergere tutte le difficoltà, i problemi, gli scazzi reali che seguono le profonde fratture su come ciascuno intende e concretizza il proprio agire politico.
Non ci interessa l’amicizia politica a tutti i costi di questo campo, ma ancor meno ci gratifica o vogliamo ricercare l’inimicizia politica a tutti i costi. E visto che divergenze, critiche e posizionamenti sono stati legittimamente resi pubblici dopo il 24 gennaio e rimarcati informalmente e indirettamente nella quotidianità politica cittadina, non pensiamo con queste righe di fare un torto al buon vecchio detto che suggerisce di lavare i panni sporchi in casa propria.
Crediamo che alcune posizioni, seppur comprensibili, assunte da alcune soggettività collettive dopo il 24 gennaio abbiano risposto alle esigenze di salvaguardia del proprio orticello, mascherate dietro al tema dell’equidistanza, o peggio dell’equiparazione dei fascisti di CasaPound ai supposti “fascisti rossi” dei centri sociali.
Tuttavia, nella consapevolezza delle profondissime differenze politiche, ormai rese evidenti dalla forza degli eventi passati, crediamo che in una cittadina come Cremona la strada, ove e quando possibile, di un tratto di percorso in comune debba rimanere aperta, non per la sopravvivenza delle soggettività politiche fine a sé stessa – di cui ci importa poco, in primis a partire da noi stessi– ma per la costruzione, seppur nella parzialità del nostro contesto cittadino, della costruzione di relazioni sociali diverse e alternative rispetto ad un presente sempre più opprimente ed oppressivo.
Forse questo è un tentativo illusorio, qualcuno potrebbe vederci persino una ricaduta in una nuova ingenuità politica. Dal canto nostro siamo disposti ad imboccare nuovamente questa strada, con maggiore consapevolezza delle sue possibilità e dei suoi limiti, partendo dal riconoscere la nostra parte di responsabilità nelle chiusure reciproche che ci sono state.
Last but non least ci rivolgiamo a lei, Signor Sindaco, nel tentativo di rispondere nuovamente alle dichiarazioni e alle prese di posizione che in questi due anni ha ripetutamente rimarcato.
Le mostriamo tutta la nostra delusione nei suoi confronti, non perché abbiamo mai sostenuto la sua candidatura o il suo programma politico, ma perché da parte nostra c’è profondo rispetto per le grandi tradizioni politiche che hanno avuto un ruolo nel percorso emancipatorio dell’umanità.
Le nostre origini politiche e culturali risalgono agli anni ’50, con le prime grandi eresie nella Chiesa allora intoccabile del socialismo reale; nascono con l’opposizione di sinistra allo stalinismo prima e alla accettazione dell’ordine capitalista dopo, di cui il PCI si è fatto interprete e garante; nascono con le esperienze operaiste ed eterodosse che nel “lungo ’68” conclusosi a metà degli anni 80 ha visto le classi subalterne tentare di prendere in mano le redini del proprio destino.
Con questo background culturale non possiamo che riconoscere nel cattolicesimo sociale, dal cui mondo ci hanno riportato lei provenga, un’esperienza eterodossa che nella storia recente ha dato i natali politici a persone come il rivoluzionario colombiano Camillo Torres; in Italia a Don Gallo, il cosiddetto “prete dei poveri” morto nel 2013 e risalendo un po’ più indietro nella storia nazionale Giorgio La pira, sindaco democristiano di Firenze che venne accusato di “comunismo bianco” perché scelse di requisire gli alloggi sfitti dei palazzinari per assegnarli agli sfrattati e ai senza tetto.
Nonostante le profonde differenze che hanno animato il mondo del cattolicesimo sociale – in molti casi anche molto distante, se non addirittura avverse, alla nostra modalità di interpretare il mondo e la politica – non possiamo che riconoscervi una storia di grande coraggio, proprio quello che ha lei è mancato dopo il 18 e il 24 gennaio 2015.
Già… perché esiste anche questa data.
Troppo spesso viene dimenticata e quando ritorna agli onori delle cronache viene presentata assolutamente distorta e traviata. Eppure nei suoi discorsi vi è un richiamo continuo e univoco alla manifestazione del 24 gennaio, da lei evocata come se fosse l’anticamera dell’inferno.
E’ stato professore delle scuole superiori per tanti anni, perciò non si annoierà se ritorneremo a Eviatar Zerubavel, il sociologo citato in apertura di questa lettera. L’accademico cognitivista rimarca con forza come ogni cesura mnemonica, ovvero la scelta di un momento, di un fatto o avvenimento con cui si produce una frattura tra un “prima” e un “dopo” storico, risponde a specifici interessi soggettivi. Nel suo testo viene citato il seguente esempio: così come gli storici vicini al sionismo fanno partire la data di inizio della seconda intifada il 29 settembre 2000 con gli scontri tra il popolo palestinese e l’esercito israeliano, gli storici vicini alla resistenza palestinese la fanno partire il giorno prima con la visita di Sharon alla Spianata delle moschee con una scorta di mille soldati israeliani.
Lei compie una procedura analoga e rimuove completamente la giornata del 18 gennaio che ha portato tra la vita e la morte un nostro compagno per fa partire la sua narrazione dal 24 gennaio stesso, come se questo fosse un evento isolabile e decontestualizzabile.
Sia chiaro, non stiamo paragonando il 24 gennaio all’intifada palestinese, ci mancherebbe! Stiamo invece sottolineando il metodo con cui si è soliti costruire delle narrazioni di parte che cercano di evitare il piano della complessità di determinati eventi per propri fini personali, particolari ed ideologici.
Inoltre ci dovrebbe anche spiegare quale patto con la città è stato incrinato o rotto definitivamente dal centro sociale Dordoni. Perché se questo è un ottimo espediente retorico, noi facciamo fatica a scorgere la sostanza dietro il sofisma. Il conflitto sociale è elemento costitutivo della prassi politica dagli albori della società, potremmo addirittura dire che è a fondamento del patto sociale stesso, del vivere comune. Molti pensatori della democrazia partecipativa arrivano a dichiarare, addirittura, che è il sale del progresso e del vivere in società. Quindi di cosa sta parlando?
Quale sarebbe, infine, l’organo terzo e imparziale che avrebbe decretato la rottura di questo patto con la cittadinanza? Se la divisione dei poteri ha ancora un senso nello stato di diritto, certamente non dovrebbe competere a lei, come dovrebbe sapere da buon democratico e liberale. Per questo ci suona strano che lei continui imperterrito a ripetere questa frase come se fosse un mantra, a maggior ragione dopo che l’unico militante inquisito del centro sociale nel processo del 24 gennaio è stato assolto in primo grado.
Arriviamo alla fine affrontando l’argomento che più ha animato la polemica e il dibattito che sono seguiti alla manifestazione di quel famoso gennaio. Esponenti politici e giornalisti hanno subito dichiarato che una città intera è stata devastata e rasa al suolo, presa in ostaggio dalla calata dei barbari incappucciati. Non abbiamo sentito tutto questo clamore quando il quotidiano “La Provincia” si è visto costretto ad aprire in prima pagina con la notizia che solo meno di dieci attività commerciali – soprattutto banche e assicurazioni – hanno infine chiesto il risarcimento dei danni. Noi ci siamo sin da subito espressi su quegli episodi con il comunicato del giorno seguente e chi avrà voglia di rileggerselo, a freddo e in buona fede, troverà che la nostra posizione è ben diversa dalla narrazione che poi ne è stata fatta da giunta e sciacalli vari.
Detto questo vorremmo sapere che idea ha, signor Sindaco, della sua città. Noi pensiamo che banche e assicurazioni non diventino per metonimia l’intera città di Cremona, anzi. Crediamo sia una questione di priorità e se lei dovesse pensare che delle banche private rappresentino la nostra città non possiamo che essere tristi per lei e per la sua visione del mondo. Non è un mero fatto quantitativo, signor Sindaco; inerisce piuttosto ad una logica qualitativa.
Centro sociale Dordoni

Una risposta a "Il centro sociale Dordoni: il sindaco ha deluso. Lettera aperta sullo sgombero"

  1. E’ con attenzione e sorpresa che ho visionato la lettera aperta del csa Dordoni. Sorpresa e compiacimento per due motivi sostanziali: in primo luogo resta traccia evidente di una verità altra di cui la pubblica opinione locale mai aveva preso atto. La distruzione di Cremona, lungi da quella del 69 d.C, sembra in realtà non aver interessato il privato, riducendosi a poche richieste di risarcimenti…. di banche ed assicurazioni. Oltre a risarcimenti rilasciati dalle polizze interne gli Istituti, sembrerebbero pervenuti risarcimenti ” cremonesi” sommati a quelli regionali di Maroni. Sarebbe interessante verificare le confidenze di un bancario che al singolo danno sperava di “introitare” all’Istituto tre distinti rimborsi!
    L’amministrazione pubblica dovrebbe chiarire, in modo chiaro, se era prevista la possibilità di accedere a richieste diverse in capo al singolo evento.
    I fatti del 24 gennaio mi hanno visto spettatore appassionato, anche se molti, a mio avviso, sono i punti oscuri dell’ordine pubblico in quella giornata…. Potremmo magari parlare del bay pass della catena locale di comando e controllo e di “ampi spazi ” in cui, forse ingenuamente, i compagni si sono inseriti in quella che sembra essere stata una prova generale politico-mediatica di ampia portata, puntualmente replicata con medesimo copione nella ben più visibile manifestazione del 1 Maggio a Milano all’inaugurazione Expo.Ma certo non è nelle mie competenze criticare una gestione dell’ordine pubblico che è parsa, a molti commentatori, o dilettantesca o “invogliare” i violenti verso un percorso guidato.
    Con quella giornata si ottiene l’eradicamento politico, basato su una grossolana travisazione della realtà, delle posizioni antagoniste proprio quando, con le lotte contro gli sfratti e il mordere della crisi economico sociale esse stavano capitalizzando la simpatia di classi subalterne però estranee al mondo antagonista.
    Bene ha fatto il Dordoni a ricordare la data del ferimento di Emilio, dimenticato da stampa e politica; e bene ha fatto a ricordare al signor sindaco che lo spostamento dei due centri sociali a Cremona è un boccone che non gli appartiene per la preoccupazione suscitata nelle vellutate stanze dei funzionari preposti.
    Certo il riconoscere limiti e criticità nel rapporto con la città anche, come dichiarato, con linguaggi iniziatici di difficile comprensione, è motivo di rispetto certo maggiore verso chi, eletto sulla chiusura dell’inceneritore, ha mestamente subito una statistica epidemiologica che intuisco, dalle mezze verità in politichese,non restituirà buone notizie per i cittadini.
    Il secondo motivo, più importante perchè volto al futuro, marca la volontà di scongelare un arroccamento ritenuto imprescindibile al portato politico:
    è banale, ma con questa lettera aperta inusuale, il Dordoni apre una stagione dialettica con la città ( o almeno parte di essa). Per intanto queste otto cartelle richiedono una replica ( o un riconoscimento) non formale degli interlocutori che non potranno nascondersi dietro la retorica da partito unico.
    Un risultato eccezzionale, compagni: li costringete a pensare, compreso l’innominato che vagheggia la Cr- Mn. Certo potrebbero non rispondere, ma in tal caso sarebbe la morte civile ( e magari elettorale) di chi ambisce, magari con Gori, a poltrone più invitanti.
    Complimenti!
    Piermassimo Ghidotti.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...