Ius soli nel deserto delle identità smarrite

Non c’è più uno Spirito oggettivo a disposizione, per inserirsi senza troppa fatica, con un semplice atto d’accettazione, in un mondo di istituzioni, etica e regole sociali già fatto, con le proprie leggi ampiamente giustificate dalla larga maggioranza. Manca una tradizione largamente riconosciuta a concedere convinzioni da nessuno messe in dubbio e contestate. Una poderosa svolta storica  ha scompigliato il mondo apparentemente ordinato del secondo dopoguerra, e l’immigrazione rende evidente il problema della sparizione della tradizione e dell’identità partecipata. La Costituzione non è patrimonio culturale comune: è stata solo strumento di opposizione al presidente del consiglio in occasione di un referedum, mai pienamente recepita in un Paese dove di “patriottismo costituzionale” è ben difficile parlare. E’ sparito il terreno sotto i piedi di chi si sentiva comprensibilmente e giustamente al sicuro, tutelato da una concezione “proprietaria” del lavoro, minacciato da nulla, sostenuto dagli ottimi rendimenti dei titoli di Stato e del risparmio postale. I vantaggi di cui buona parte dei cittadini italiani hanno goduto fino agli anni Novanta sono diventati un sogno, un miraggio, qualcosa che sembra irripetibile.

I nuovi cittadini “promossi” dallo ius soli, pur nella forma addolcita della legge in discussione oggi, chiamata anche “ius culturae”, non godranno mai dei benefici che lo Stato italiano rendeva possibili. Al contrario diventeranno cittadini dell’angoscia, della paura, in una società in cui inventarsi ogni giorno ragioni e combattere per affermare diritti. La condizione di straniero – angosciato, smarrito, costretto a inventarsi un’astuzia un sapere, quasi come Odisseo – è universale quanto mai prima: la cittadinanza garantita da una giusta legge indica una funzione di cittadino e un’etica che ha bisogno sì di diritti e di etica, ma anche di fantasia creativa.

 

 

 

 

 

 

 

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