“Vestirsi comodi per essere scomodi”

All’interno del centro sociale Dordoni c’è chi non ha gradito per nulla il seguente articolo di Cremonaoggi, dove si parla di “pantaloncini corti rossi da tennis” indossati da un’antifascista. Questione di stile ma non soltanto, come risulta dalla lettera che segue.

https://www.cremonaoggi.it/2018/06/05/rissa-dordoni-casapound-gli-adesivi-stupidata-vittime-un-agguato/

 

 

 

Ad una settimana dall’udienza di ascolto testimoni per i fatti del 18 gennaio 2015, mi ritrovo ancora a pensare all’articolo apparso sulla vs testata il giorno seguente. 
In particolare, non riesco a togliermi dalla mente la strisciante infamità con cui è stato scritto: a prescindere dalla ricostruzione dei fatti e dall’agghiacciante lettura che ne dà la vs collaboratrice (balza all’occhio lo spazio spropositato dedicato a ripulire la faccia degli imputati di CasaPound), mi ritrovo coinvolta in prima persona in quelle poche righe che tentano di descrivermi. 
Non riconosco in quelle righe solo un affondo personale, ma anche e soprattutto un attacco politico all’autodeterminazione dell’individuo.

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Le persone si definiscono per ciò che complessivamente sono, per ciò che fanno e per le scelte che operano, non per i rapporti/relazioni personali che intrattengono o per come sono vestite. Rapporti umani fondati su imprescindibile mutuo rispetto e solidarietà, non su proprietà, dipendenza e subordinazione come invece sotteso ed insinuato in quelle poche righe; parole che trovo inique allo stesso modo tanto per Filippo quanto per me. 
Non riesco in alcun modo a giustificare la logica dominante che prevede ruoli sociali statici basati su gerarchie di sorta. Per me e molti altri i rapporti sociali sono mattoni che si incastrano e strade che si incrociano per andare lontano, non gradini da scalare per arrivare in alto. Tante strade proseguono senza incrociarsi più, ma possono continuare a correre parallele e addirittura vicine. Le scale invece possono essere percorse in due soli sensi, e sempre calpestando il gradino che ci si lascia alle spalle.

Un’antifascista in pantaloncini rossi

 

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