Categoria: opinioni e pensieri

Banalizzare il 25 aprile

La Liberazione dal nazi-fascismo è un evento, non un semplice fatto storico fra gli altri, bensì evento continentale e mondiale che offre la possibilità di comprendere un periodo storico di lunga durata. A partire dalla Liberazione si può definire l’ordinamento politico ma anche lo stile di vita che si è sviluppato successivamente, così come a partire dalla Rivoluzione francese e da altri eventi storici. Viene spontaneo tentare di legittimare un ruolo sociale e politico nella sequela di un evento storico: è una trappola che lo spirito umano tende alla stessa razionalità – in una sorta di dialettica trascendentale – che però non può essere accreditata come generatrice di conoscenza o validità morale, benché sia questo l’obiettivo. E’ un’opera di sostituzione continua degli eventi, una metafmorfosi che la “seconda natura” (l’abitudine, le scelte di ogni giorno). Il sindaco di Cremona ha proposto un’operazione del genere – questa è una descrizione, non è una critica – la politica, necessariamente assetata di consenso, procede solitamente così, trascinata da un sentimento di comunanza e assimilazione che tende a omogeneizzare): attualizzare il 25 aprile nella vita di ogni giorno, nel dovere compiuto senza cedere alla rassegnazione, perché dipende da ciascuno contribuire a modificare stili di vita, leggi, comportamenti sociali diffusi, in breve la storia. Ciò che fa veramente storia non dipende però dalla moralità diffusa, per quanto lodevole, come negli episodi di vita individuale segnalati dal sindaco: non ci sarebbe storia e non esisterebbero grandi eventi se la realtà della Rivoluzione francese fosse composta da infiniti piccoli gesti quotidiani, che la renderebbero invisibile. Il discorso galimbertiano merita invece di essere apprezzato sul piano morale. La storia, quando trasforma la vita dell’intera umanità, è troppo più grande delle scelte individuali, senza le quali procederebbe comunque. Non si può sostituire la storia con la morale, anche se le intersezioni sono inevitabili, per quanto marginali.

 

Segue il testo del discorso del sindaco di Cremona Gianluca Galimberti

“Non rassegniamoci al ‘è tutto uguale’ o ‘non cambia niente
Noi nuovi resistenti in questo 25 aprile e ogni giorno raccontiamo speranza”

Certamente il 25 aprile è un insieme fortissimo di valori. Certamente il 25 aprile rappresenta ideali altissimi a fondamento del nostro Stato, della nostra comunità, della nostra convivenza. Ma non sarebbe nulla, se il 25 aprile non fosse “persone”. Sì, il 25 aprile per essere vero è innanzitutto storie di persone. E poiché il 25 aprile è un motore che genera coraggio di azione, il 25 aprile non è solo storia di persone che allora combatterono per costruire democrazia, per dare libertà, ma è anche e per certi versi soprattutto (perché questo è il frutto del 25 aprile) storia di persone che negli anni dopo ed anche oggi continuano a vivere e a far vivere questa battaglia. Allora oggi vorrei raccontare alcune di queste storie.

Il 25 aprile è la mamma che abbiamo incontrato in una corsia di ospedale: stava accanto alla figlia in terapia intensiva. Il 25 aprile è tutti quelli che stanno accanto, nel silenzio delle nostre case, nelle corsie dei nostri ospedali e nei luoghi di cura delle fragilità.

Il 25 aprile è Omar, bambino africano morto nelle acque di Sicilia. Oh, non vorrei certo che qualcuno dicesse “il solito pietismo”, ma il pietismo è distrutto da lui, dal suo corpo, dalle sue mani e dal suo sangue: Omar è morto nelle acque del canale di Sicilia a pochi mesi dalla nascita. Siamo tutti per la sicurezza e il realismo. Anzi lo siamo solo se capiamo fino in fondo che il 25 aprile è anche Omar e sua madre, che l’ha tenuto stretto in braccio fino a quando ha potuto, perché per lui desiderava un futuro diverso.

Il 25 aprile sono i giovani che abbiamo sentito prima e poi per favore non continuiamo a dire che tutti i giovani oggi non sono più … non sono più cosa? Forse siamo noi adulti innanzitutto a doverci fare qualche domanda. Ma, ragazzi, una domanda anche a voi voglio porla: sapete quale carico di responsabilità consegnano a voi, oggi, le parole che avete detto? Perché le parole di senso cambiano la vita, la modellano se sono vere e, se lo sono, rendono la vita simile ai significati che contengono. Certo, so che lo sapete.

Il 25 aprile è un imprenditore che mi ha raccontato che si impegna fino in fondo perché crede nel suo lavoro e vuole investire e innovare, anche perché ha a cuore le famiglie di quelli che lavorano con lui. Il 25 aprile è tutti quelli che lavorano con intelligenza e slancio innovativo perché hanno a cuore il bene dell’altro e degli altri.

Il 25 aprile è il sindaco che ho conosciuto di un paese qui vicino, che lavora e cura la sua comunità e affronta ogni giorno piccole e grandi sfide, assumendosi rischi. Perché il 25 aprile è la storia di tante persone nelle istituzioni del nostro paese, che ancora oggi danno tutto se stessi perché la comunità stia meglio e sanno assumersi rischi e responsabilità personali.

Il 25 aprile è l’insegnate, il professore e la maestra che sanno che la scuola è luogo essenziale della comunità e per i loro ragazzi danno tutto se stessi. Il 25 aprile è la storia di tutti quelli che credono nell’educazione, perché credono nel futuro.

Il 25 aprile è don Pino Puglisi, Piersanti Matterella, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il giudice Livatino, Peppino Impastato, Giorgio Ambrosoli … Il 25 aprile è tutti quelli che hanno fatto il loro dovere, semplicemente e grandiosamente il loro dovere fino alla fine, fino al dono della vita. E non vanno lasciati soli, mai, nel ricordo e nell’azione.

Il 25 aprile è quel giovane cremonese, Michele, che l’altro giorno ha moderato una presentazione di un bellissimo libro in palazzo comunale: studia a Parigi e crede nell’Europa unita e forte. Il 25 aprile è chiunque oggi, proprio oggi, ricordando i giorni bui di un’Europa spezzata e lacerata, pensa e lotta perché l’Europa sia il nostro futuro. E non crede in slogan e populismi vari, ma sa che oggi la nuova resistenza è anche contro proposte miopi e stupide e cariche di odio: abbiamo già visto, l’abbiamo già visto, per favore lo sappiamo che odio genera odio e non risolve nulla, paura genera paura e non risolve nulla, anzi portano degrado e tristezza e morte. Dall’anno scorso l’Europa è più debole e molti non hanno più il coraggio di un pensiero alto, molti scherzano con il fuoco suggerendo ritorni al passato. A noi non fa paura andare contro corrente se serve. Anche questo è il 25 aprile: le persone che hanno dato la vita e che ancora oggi si impegnano per un’Europa unita, un’Europa rinnovata, cambiata, rafforzata, un’Europa di anima e visione, dei popoli e di pace e sviluppo: l’Europa è il nostro orizzonte. E dipenderà anche da noi. Ed è per noi e per i nostri figli.

Il 25 aprile è tutte le persone alle quali consegneremo la nostra Costituzione il 2 giugno in cortile Federico II, nuovi cittadini di un paese che ha in quei primi 12 articoli della nostra Carta Costituzionale un fondamento e una guida, un paese di cultura, orgoglioso della sua storia e aperto, innovativo e spiritualmente forte, con una coscienza civile alta. “Non è così”, qualcuno di voi potrebbe dire? Dipende da noi, rispondo, dipende anche e soprattutto da ognuno di noi.

Il 25 aprile è il partigiano Lupo: l’ho incontrato per la prima volta al Col del Lis. E quando ho saputo della sua morte ho ripensato alle sue lacrime di commozione, mentre ricordava i suoi compagni, quelli morti allora e quelli sopravvissuti. Allora mi disse: “Sono rimasto l’ultimo”. Ora anche lui ha raggiunto i suoi compagni. Mi sono chiesto se mi sia chiaro fino in fondo che cosa voglia dire essere disponibile a dare la vita per la comunità in un periodo come quello, dare la vita perché le cose siano più giuste, perché ci sia democrazia. Forse non lo capisco fino in fondo e quelle lacrime di Lupo devono aiutarmi e io devo ricordarmele sempre, per incidere nella mia coscienza che celebrare il 25 aprile è cosa seria e anche dura e ci sbatte in faccia, oggi, le nostre responsabilità nei confronti degli altri e della comunità. E allora oggi dico a Lupo e ai suoi compagni: noi ci impegniamo, perché noi ora possiamo continuare una storia di liberazione e coraggio. Fino in fondo.

Il 25 aprile è quella signora anziana che ho incontrato qualche mese fa in una casa di cura e mi ha detto: “Oggi serve avere speranza”. “E io ce l’ho”, mi ha detto sorridendo. Anche noi Signora, anche noi: oggi, in questo 25 aprile, anche noi signora abbiamo speranza. Anzi questo 25 aprile possiamo essere noi, la nostra speranza, il nostro coraggio, le nostre storie. Gridiamolo e raccontiamolo ogni giorno a casa, al lavoro, con gli amici, a scuola, in politica. Non stanchiamoci mai, non pieghiamoci alla rassegnazione del ‘è tutto uguale’ o ‘non cambia niente’. I resistenti di allora ce lo hanno insegnato, cambiando la storia con la propria vita. Siamo, insieme, i nuovi resistenti. E per questo diamo tutto noi stessi.

Buon 25 aprile a tutti. Viva l’Italia e viva l’Europa!

 

 

Il più appassionato appello per il decoro al cimitero

Amedeo Lauritti, del comitato di quartiere Borgo Loreto, parla del cimitero monumentale, anzi di qualcosa di più, di qualcosa di suo, come se si riferisse a una casa che, tramite le visite al cimitero, è ancora viva nella memoria, e in una lettera scritta a mano dopo una visita, racconta che cos’ha visto. Sono esperienze che lo feriscono: c’è poca pulizia, guano di piccioni, poca cura. Il tono della voce parla quanto le parole se non con maggiore intenzionalità, non è la fredda ragione ma il cuore di quest’uomo a chiedere rispetto per i cari estinti. Sarà poi la pubblica amministrazione, che merita a sua volta rispetto per il ruolo che svolge e che rispetto deve ai cittani, sarà il Comune a rispondere a questa e a tante altre lettere e segnalazioni, e lo ha fatto con una serie di lavori, una decisione in giunta, un comunicato, ma questa non è una polemica fra le altre: è l’esperienza di un valore che chiede attenzione.

Perché voto sì

Voterò sì soprattutto per premiare il comportamento del governo italiano nei confronti del fenomeno dell’immigrazione, e il tentativo di uscire dal percorso berlusconiano. La riforma della Costituzionale per alcuni versi è criticabile, e lo è soprattutto perché il governo ha posto la fiducia. Il presidente del consiglio Matteo Renzi, da irresponsabile, ha messo in gioco la sua carriera politica dichiarando che avrebbe lasciato l’incarico se avesse “perso” il referendum. Non c’è nulla da vincere né da perdere, secondo me. Può vincere solo la democrazia, se la competizione fra idee per il miglioramento della Costituzione è condotta seriamente.scheda Non si percepisce però il confronto sul merito: è assordante invece la serie di prese di posizione pro o contro il governo, benché non sia stato tra i peggiori. Anzi, credo che il governo Renzi sia tra i migliori oggi in Europa, considerato l’esito di importanti elezioni nazionali e la tendenza incoraggiata dalla pessima campagna elettorale di Donald Trump. In Italia gli immigrati, se non cadono in mano a una gestione degna di processi penali, rischiano soprattutto di essere trattati umanamente. Molti italiani infatti sono realmente democratici e civili anche se la pensano molto diversamente e si contrastano duramente: i cittadini italiani anzi non sono stati governati in modo ammirevole, ma il bisogno di democrazia e di giustizia si fa sentire e dà effetti positivi.

Voto sì soprattutto per dimostrare ai propagandisti del No a ripetizione, ai campioni dell’odio e del disprezzo, dell’aggressività verbale (ce ne sono anche nel fronte del Sì) l’esistenza di un coriaceo dato di fatto: l’elettore sceglie liberamente. Potete usare le tecniche di persuasione che volete, il linguaggio che vi pare, i ragionamenti o gli slogan, ma non potete decidere al posto mio.

Non c’è nulla da vincere e nulla da perdere in democrazia: non è sport e non è gioco. Il governo, innanzitutto, non viene eletto dal popolo. Secondo la Costituzione vigente, il popolo elegge i parlamentari, e sono i parlamentari – uniti in soggetti politici – a dare la fiducia al presidente del consiglio incaricato dal presidente della Repubblica.

Chi vince le elezioni e quindi governa dev’essere motore dello Stato, deve far funzionare lo Stato, prendere le decisioni, e non solo rappresentare i cittadini ma anche dirigerli. La riforma Boschi è in effetti criticabile per alcuni aspetti che non sto a enunciare: inizia però un processo di miglioramento della Costituzione, che merita di essere compiuto, di cominciare e proseguire. Le falsità e gli eccessi della propaganda del No hanno creato una maggioranza mediatica che va contrastata, ma la falsità più grande è quella della necessità di un governo “eletto del popolo”: crederlo significa non apprezzare la Costituzione vigente.

La Costituzione italiana è rigida: è importante applicarla con lo spirito giusto, lo spirito costituente, che non può sparire del tutto durante la vita di un governo.

Non c’è stata competizione fra idee, se non debolmente: ha prevalso in questa campagna elettorale referendaria la competizione fra tecniche di persuasione. E’ stata una campagna molto negativa e molto distruttiva, da contrastare. Per questo non ho partecipato se non con brevi frasi.

Lutto e consenso politico

La ricerca del consenso politico si alimenta spesso e facilmente di discorsi sul lutto, anche davanti alle salme: l’idealtipo di questa situazione rimane per me il discorso di Antonio davanti al cadavere di Giulio Cesare. L’emotività che si accompagna al lutto è un’opportunità eccezionale, anzi insuperabile per chi cerca consenso, anche sui cosiddetti “valori”. Del lutto ci si vuole appropriare, lo si vuole gestire, in modalità molto differenti: il lutto è umano, le religioni se ne appropriano per motivazioni specifiche. Non solo le religioni. Parlare in occasione del lutto è tipico del terrorismo (di qui la classica domanda: “E’ opportuno pubblicare i comunicati dei terroristi?”). Anche lo Stato si appropria del lutto, in modi suoi propri. Persino io, qui in breve, sto parlando di lutto e strumentalizzazione. Nessuna meraviglia che i politici in generale parlino davanti alle salme. Ecco perché metto volentieri la parola “politica” tra virgolette: è un genere teatrale e non voglio stare né sul palcoscenico né tra il pubblico che applaude o fischia. Mi sento come un estraneo di passaggio, che si ferma per un po’ e quindi prosegue diretto altrove, forse a celebrare un altro lutto, senza morti.