Categoria: sanità

Seconda ondata di esami e visite a pagamento

CREMONA Dopo i mesi drammatici dell’emergenza pandemica e tanti appelli per rafforzare la medicina territoriale, la sanità cremonese è esattamente al punto di prima, mentre l’ospedale è stato inserito dalla Regione Lombardia nella rete dei 17 centri di cura dei malati più gravi di covid-19. In caso di seconda ondata autunnale, i contagiati cremaschi e lodigiani potranno essere ricoverati a Cremona, dove la direzione di largo Priori prepara i diversi scenari di riferimento e i protocolli adeguati per organizzare le cure e di nuovo rimodulare l’organizzazione dei reparti e degli spazi, se necessario. Sale la preoccupazione tra i cittadini e gli amministratori locali, però, per la difficoltà che potrebbero trovare i pazienti colpiti da altre malattie e bisognosi, ad esempio, di chemioterapia: il rischio è che non sia più possibile per i cremonesi rivolgersi alla sanità pubblica nella loro città. Anzi, ci sono casi di tempi d’attesa che superano gli otto mesi mentre si moltiplicano i casi di persone indirizzate dall’ospedale di Cremona alle strutture private, per esami e visite a pagamento, che si tratti di mammografia, visita oculistica o cardiologica o intervento di chirurgia vascolare, che il paziente sia un bambino o un pensionato oltre gli ottant’anni. Matteo Piloni, dai banchi della minoranza, ha segnalato al consiglio regionale che ci sono migliaia di persone che non riescono a prenotare nelle strutture pubbliche di Cremona, Crema e Casalmaggiore. Intanto dal centrodestra e parte del centrosinistra si propone un nuovo ospedale a Cremona, mentre lo stesso direttore dell’Asst Giuseppe Rossi non ha accettato sinora il confronto chiesto dai sindaci sulla medicina territoriale e la prevenzione. Argomenti che si ripresenteranno nelle prossime riunioni tra sindaci, a partire da fine agosto.

Ospedale, 4.727 ricoveri impropri in un anno

Problema storico, l’inappropriatezza delle curre, per debellare il quale il Pirellone si è organizzato ormai da vent’anni, con monitoraggi analitici e soluzioni alternative, tuttavia impropriamente. Infatti parte dei malati (il 12%), anche se decisamente meno che in passato, viene ancora curata nel posto sbagliato. E l’inappropriatezza costa e impedisce di spendere correttamente. Bisognerebbe fare in modo, ad esempio, che molte più persone sappiano dove recarsi, senza intasare il Pronto soccorso. La relazione sulla performance, tuttavia, rivela vari aspetti positivi.

 

 

CREMONA Ospedale Maggiore allo specchio per analizzare un intero anno di attività, il 2016, e se necessario fare autocritica. Dopo un anno in cui 17.027 pazienti sono stati dimessi a Cremona, per cure sanitarie che hanno avuto un valore riconosciuto dalla Regione di 71 milioni di euro, e altri 4.727 pazienti dimessi dal presidio Oglio Po di Casalmaggiore (17 milioni di euro il valore delle cure a loro dedicate), l’inappropriatezza risulta diminuita, ma ancora persistente. Ci sono ancora malati che non dovrebbero essere curati in ospedale ma altrove, soprattutto in ambulatorio: errori del sistema, che porta i pazienti nel posto sbagliato e crea costi eccessivi.

La riforma sociosanitaria voluta dal Pirellone è già decollata, per portare al centro del sistema sanitario la personale e la valutazione multidisciplinare, che vede finire la storia dell’ospedale per acuti e aprirsi la fase delle cure in rete territoriale. Resiste però il vecchio difetto tenacemente combattuto da tutti i direttori delle strutture sanitarie: l’inappropriatezza, che fra Cremona e Casalmaggiore riguarda ben 2.477 pazienti, ovvero l’11,39% (4 milioni e 700mila euro di spesa), dato comunque in calo sul 2015, quando i malati fuori posto erano più del 14%. Un problema che colpisce più il capoluogo, col suo 12% di inappropriati, che il Casalasco.

Complessivamente però l’ospedale, diventata Azienda socio sanitaria territoriale, è stato promosso dal Nucleo indipendente di valutazione.

I dipendenti sono 2.481, di cui 1.067 infermieri e 215 amministrativi, e il bilancio è di 119 milioni e 758mila euro. Molti i cambiamenti in corso, fra cui l’attività di pre-ricovero, che non sarà più concentrata nelle ore del tardo pomeriggio. L’ospedale attrae non pochi pazienti da fuori regione, per cure da un valore di 8 milioni, e dà prestazioni per 362mila euro a cittadini stranieri. Fra gli altri dati positivi la programmazione dell’attività delle sale operatorie: infatti è cresciuta dall’87 all’89% l’apertura delle tre sale operatorie, per 3.977 ore lavorate nel 2016. Sono stati 3.402 gli interventi pianificati in un anno. Fra i reparti maggiormente sotto stress, la Psichiatria, con 433 pazienti dimessi in un anno e un dato di inappropriatezza storicamente alto. E’ un problema che riguarda il territorio, caso particolare in Lombardia: l’obiettivo fatto proprio anche da medici di base, specialisti e Comuni sarà, per quanto possibile, decentrare le cure fuori dall’ospedale.

Indagine sui tumori, il Comune non decide e parte una nuova interrogazione

CREMONA I dati dei malati e dei morti per tumore a Cremona superano la media del Nord Italia, come ha confermato il responsabile dell’Osservatorio epidemiologico dell’Ats Paolo Ricci, ma la commissione comunale ambiente, dopo un anno di richieste, non ha ancora nemmeno discusso la proposta di eseguire uno studio epidemiologico su Cremona, per chiarire fino a che punto l’inquinamento atmosferico incida sulle malattie e quindi che cosa intende fare il Comune per ridurlo. L’impatto dell’inceneritore, delle industrie, dei gas di scarico dei veicoli e del riscaldamento domestico, oltre alla dispersione di polveri che derivano dall’attrito di pneumatici e freni e altri fattori, non è trascurabile e il lavoro dei reparti oncologici dell’ospedale Maggiore appare elevato. Non mancano casi di malattie mortali che mietono vittime tra i bambini, non solo tra gli adulti. Le risposte dell’amministrazione non sono arrivate: di conseguenza Lucia Lanfredi dei cinque stelle insiste: mercoledì la consigliera comunale ha presentato un’interrogazione al sindaco Gianluca Galimberti, perché faccia sapere quali iniziative intende prendere, e giovedì ha sollecitato la presidente del consiglio comunale Simona Pasquali e inviti il direttore generale dell’Asl Salvatore Mannino assieme all’epidemiologo Paolo Ricci perché aiutino a comprendere. Il sindaco di Bonemerse Oreste Bini, sollecitato dai cittadini e dalle associazioni, per primo ha chiesto i dati all’Ats: dati negativi, ma troppo limitati statisticamente per considerarli attendibili. Occorre sia un’analisi un campione statistico sufficientemente ampio che una comparazione con altri territori. Le richieste di chiarimenti sui dati delle malattie tumorali vengono dal basso: già all’inizio degli anni Duemila era stata una petizione popolare a spingere l’ospedale, l’Asl e i Comuni a potenziare il registro dei tumori, perché diventasse strumento d’indagine, allo scopo di prevenire malattie, che ormai hanno mietuto un numero elevato di vittime. Dopo alcuni incontri dell’autunno scorso fra il Comune di Cremona, rappresentato dall’assessore Mauro Platé, l’Ats e il Comune di Bonemerse, nulla però è stato deciso.

 

 

Sanità, conferenza dei sindaci a giochi fatti

C’è un sindaco che dichiaratamente considera inutili queste riunioni (tanto hanno già deciso), un altro, Aldo Casorati di Casaletto Ceredano, che apprezza il fatto che resti in vigore il sistema attuale, assieme all’innovazione della presa in carico territoriale del paziente. Alla Conferenza dei sindaci dell’Ats Cremona-Mantova, però, i partecipanti sono stati davvero pochi. C’è la sensazione che i sindaci contino troppo poco, che i giochi siano stati già fatti da parte di chi detiene il potere reale nella sanità: gli erogatori di servizi, cioè ospedali, case di riposo, grandi cooperative, i signori – non in senso negativo – della sanità, che appare poco partecipata, per quanto lo possa essere.

CREMONA Si è riunita ieri per la prima volta, ad Asola presso l’istituto comprensivo, la conferenza dei sindaci del territorio dell’Ats Valpadana, nata l’anno scorso per volere della Regione accorpando le due Asl di Cremona e Mantova. Presidente della conferenza è il primo cittadino di Cremona Gianluca Galimberti: i sindaci hanno tra l’altro il compito di partecipare alla definizione dei piani sociosanitari e di controllare la loro attuazione. Sembra però che i giochi siano già fatti sin dall’inizio, per quanto riguarda la presa in carico territoriale dei pazienti, il piatto forte della riforma regionale. Entro il 31 luglio, infatti, in tempi molto stretti, gli erogatori dei servizi sociosanitari dovranno presentare domanda in Regione ma i territori mantengono le loro disparità, dovuta al numero dei pazienti cronici con patologie gravi, come il diabete, i disturbi cardiocircolatori e le neoplasie, che sono il 10% della popolazione dell’Ats, 78mila in tutto. Tra Cremonese e Casalasco non è stato avviato un programma concordato, come chiedeva proprio il Comune di Cremona, che per l’elevata età media degli abitanti è interessato allo sviluppo del sociosanitario e ha messo in programma nuovi investimenti. Viadana mantiene infatti una propria autonomia e un sub-ambito indipendente e si trova proprio nel Casalasco l’area col maggior tasso d’incidenza di malati cronici. Cremona così non guadagna terreno nella nuova Ats. Fra ospedali, case di riposo, medici di base e servizi sociali l’integrazione inoltre è appena iniziata. C’è il rischio quindi che i Comuni rimangano esposti a un forte impatto di richieste di assistenza domiciliare e di contributi, e che siano privilegiati i cittadini dei territori dove gli erogatori di servizi – cioè ospedali, cooperative, gruppi di medici di famiglia -sono più forti. E il territorio mantovano appare più organizzato di quello Cremonese. I sindaci devono poi eleggere i loro rappresentanti nel consiglio di rappresentanza: fra i cremonesi, dovrebbero essere lo stesso Gianluca Galimberti, il sindaco di Casalmaggiore Filippo Bongiovanni e Maria Luise Polig di Pandino.

 

Bambina straniera muore all’ospedale di Brescia, dopo il ricovero a Cremona: notizia in sordina, perché?

Una bambina di origine “straniera”, figlia di immigrati, è deceduta all’azienda ospedaliera di Brescia negli ultimi giorni. Era stata ricoverta in un primo tempo all’ospedale Maggiore di Cremona mercoledì 15 e giovedì 16 per una malattia infettiva. Le condizioni di salute sono peggiorate a un punto tale che la piccola si è trovata in una fase terminale ed è stata trasferita agli Spedali Civili di Brescia, ma senza alcun esito: la sua giovanissima vita si è spezzata in poco tempo. E’ stata aperta un’inchiesta a Brescia per accertare i fatti, il magistrato attende i risultati dell’autopsia. La notizia, confermata dall’azienda ospedaliera di Cremona, è stata data solo da Telecolor, nel notiziario dell’altro ieri. Non era un caso legato a comportamenti che danno luogo a facili giudizi o immediati allarmi, come un sospetto di denutrizione o una meningite conclamata, episodi tragici avvenuti fra gennaio e febbraio. Come la bambina abbia contratto l’infezione letale, e perché non sia stato possibile salvarla, restano un mistero. Alcune testate di stampa hanno preferito non parlarne nemmeno. Forse perché la vittima non aveva la pelle bianca? Non è forse tragico che una bambina, ammalatasi a Cremona – o altrove, non si sa – non abbia potuto riprendersi? Ci sono circostanze rischiose per altri minori? Ad alcuni queste domande, ed altre, possono non apparse interessanti.

Posti letto, per Mantova Crema è solo terra di conquista

 

CREMA Il 24 ottobre a Casalmaggiore la guerra dei posti letto celebrerà il primo atto, in occasione della prima assemblea dei sindaci dell’Ats, l’istituzione che dopo la riforma sanitaria regionale ha preso il posto dell’Asl, unendo però i territori di Cremona e Mantova, senza riconoscere alcun tipo di autonomia a Crema. crociatiLa provincia di Cremona, storicamente dotata di numerosi posti letto, deve per la prima volta confrontarsi con un territorio politicamente non meno forte e desideroso di riequilibrare i servizi sanitari. Il dossier della Cgil di Mantova, facendo i conti, nota che Cremona è più servita di Mantova e quindi occorre una riorganizzazione. Due sindaci cremaschi – Aldo Casorati di Casaletto Ceredano e Antonio Grassi di Casale Vidolasco – criticando l’impostazione dello studio dei sindacalisti virgiliani, pur ammettendo che quelli sono i dati, chiedono prudenza. Il Cremasco può essere penalizzato, pur avendo un’azienda ospedaliera come Cremona, dalla quale vengono dimessi pazienti bisognosi di ricovero in altre strutture che quindi non possono essere depotenziate. Tutte e tre le Asst (di Crema, Cremona e Mantova) dipendono nello stesso modo dall’Ats di Mantova, che quindi dovrebbe ragionare tenendo conto dei tre ospedali non solo del numero di abitanti, perché l’ospedale di Crema serve il 45% del territorio provinciale. La provincia di Mantova ha più abitanti – 413mila contro i 361mila di Cremona – ma l’ospedale di Crema è già penalizzato: ha 70 posti letto in meno rispetto agli standard nazionali. Nelle case di riposo, Crema è sotto di 160 letti, Cremona è sopra di 1.500, Mantova è sopra di 660. Lo stesso discorso vale per i servizi psichiatrici: il Cremasco riceve 4 milioni e mezzo, Cremona il doppio, Mantova 11 milioni. Ritorna quindi il problema dell’altr’anno, quando l’ospedale di Crema rischiava di perdere la propria direzione autonoma. Cremona città e Mantova considerano il Cremasco terra di conquista e cercano di sottometterlo tra i bassi livelli organizzativi. Se i sindaci cremaschi saranno uniti, forse la soluzione si troverà indebolendo la zona cremonese, politicamente frammentata. Il timore principale dei sindaci, però, è che vengano penalizzati i cittadini a causa di lotte poco lungimiranti, in una lotta che, in caso di sconfitta di Crema, vedrà indebolita anche Cremona. Per mercoledì è in programma una riunione tra sindaci del Cremasco.

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Sanità, stangata in vista sui più deboli

 

 

Fanno paura soprattutto a Cremona i nuovi Livelli essenziali di assistenza del ministro Beatrice Lorenzin, dato che la città del sindaco Galimberti è tra le più anziane della Lombardia, con Pavia e Mantova, e d’Italia, uno dei Paesi più vecchi del mondo, assieme a Germania e Giappone. La mutua non passerà più la cataratta, l’ernia, il tunnel carpale, interventi di artroscopia e artroplastica, l’impianto e la ricostruzione del cristallino e altri interventi ancora. Sono in tutto 24 le prestazioni che venivano eseguite in ospedale in day surgery, con una piccola operazione in giornata a spese dello Stato, e che ora, dopo 15 anni, saranno considerate prestazioni ambulatoriali a pagamento. Il ministero della salute ha cambiato le regole, tutelando di più chi è colpito da alcune malattie rare, però ha cancellato pochi giorni fa dall’elenco dei Lea quelle 24 prestazioni sanitarie che invece erano garantite. La decisione non è ancora definitiva: sono previsti infatti incontri tra Regione Lombardia e sindacati nei prossimi giorni. Infatti l’elenco dei Lea viene inviato dal ministero alle Regioni per entrare poi in vigore. Il ministero investe di più, considerando la prevenzione, tuttavia colpisce le categorie economicamente più deboli, come gli anziani, che già in Lombardia rinunciano in molti casi a curarsi, considerato il costo dei ticket. Parte dei cittadini però non può non curarsi ma non ha i soldi per pagare i medicinali e rinuncia al dentista e ai farmaci: i servizi sociali del Comune lo sanno bene, dato che la direttrice Eugenia Grossi a fine settembre ha dovuto disporre con una determinazione la settima tranche di spesa per i farmaci che il servizio sanitario nazionale non copre più nemmeno ai cittadini in condizioni di grave fragilità economica e sociale. L’amministrazione centellina le spese e si avvale di un’équipe multidisciplinare per evitare sprechi e scrocconi, ma deve versare 415 euro nel solo settembre, come spiega la stessa Eugenia Grossi “per far fronte al notevole aumento di richieste”. Lo Stato non paga, in parte neanche la Regione, e il Comune, per il poco che può, mette una pezza nei casi più gravi e in generale aumenta la spesa per il welfare comunale. A Cremona ci sono oltre 6mila cittadini che hanno compiuto 80 anni, 18mila 65enni mentre  su 100 ragazzi sotto i quindici anni si contano 223 persone che ne hanno almeno 65. Ci sono tre nonni per nipote, in media. La crisi economica ha fatto sì che chi accudisce gli anziani sia spesso precario con reddito medio basso: nel quadro dell’Austerity europea e dei tagli statali ai Comuni, poi, si inserisce la Lorenzin.

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Ospedale pronto a tagliare i consumi sanitari inutili

 

E’ prevista una riduzione dei consumi sanitari eventualmente non necessari: sia chiaro. Non sarà tolto un solo farmaco utile a far stare meglio i pazienti. Ci sarà una verifica attenta a evitare sprechi. Le ventisei pagine del documento della direzione ospedaliera sono ricche di spunti e di dati, anche troppo schematici: danno l’idea di un miglioramento possibile. All’ospedale, sempre più, i malati più gravi e complessi, gli altri in altre strutture: e un legame col territorio ancora più forte.

Il Piano delle performance del triennio 2016-2018 è già un dato di fatto, che aspetta le prime verifiche, ormai deliberato dal direttore generale Camillo Rossi. L’Ospedale Maggiore, così come l’Oglio Po di Casalmaggiore, che compongono la stessa Asst, dovranno migliorare la produttività. Tra gli obiettivi da raggiungere la riduzione delle spese per i consumi sanitari, che sono aumentati da 25 a 27 milioni di euro fra 2014 e 2015, e che quest’anno potrebbero lievemente diminuire. https://youtu.be/qsikEz2fu0s

Si è verificato un uso di dispositivi medici e di farmaci, di vario genere, che con una più attenta valutazione caso per caso potrebbe essere ridotto a vantaggio di aumento delle cure effettivamente prestate ai pazienti. Complessivamente i ricavi, per quest’anno, dovrebbero infatti calare di 200mila euro su un totale di 171 milioni di euro, ma non per i ricoveri. Il costo del personale dipendente è già stato ridotto da 129 a 123 milioni, per il blocco del turn-over e grazie al ricorso all’interinale e ai contratti a tempo determinato. La corsa all’efficienza non si può fermare: verranno aumentati, almeno nelle intenzioni, i ricoveri a maggiore complessità, dunque i più gravi e difficili da curare, in nome dell’appropriatezza delle prestazioni. Molti si rivolgono all’ospedale, in particolare al Pronto soccorso, senza effettiva necessità: a questo scopo la rete territoriale di servizi nei programmi viene rafforzata. E’ però la stessa azienda ospedaliera a effettuare ben 108 tipi di prestazioni sanitarie ad alto rischio di inappropriatezza, cioè di spesa eccessiva. E’ una stortura del sistema che viene combattuta dalla Regione ormai da una ventina d’anni. I malati sub-acuti, infatti, saranno meno numerosi quest’anno, per aumentare altrove, fra case di riposo e poli sanitari territoriali. Sono indicati dalla direzione anche alcuni obiettivi specifici, come la riduzione dei parti con taglio cesareo e un maggior rispetto dei tempi massimi d’attesa previsti dalla Regioni. Fra la richiesta e la visita non dovranno trascorrere più di 90 giorni. Le ventisei pagine del Piano delle performance rivelano l’importanza anche sociale del lavoro dell’ospedale: ben 90mila prestazioni sanitarie per le tossicodipendenze, oltre 8mila per l’alcolismo, duemila per il gioco d’azzardo patologico. I ricoveri, in totale, compresi day hospital e subacuti, sono stati 29mila l’anno scorso, di cui 22mila all’Ospedale Maggiore, in media 62 al giorno a Cremona. Sono più di 8mila le prestazioni in area psicosociale, quasi tutta in carico alla sfera pubblica. Fra i vari obiettivi, spicca il percorso nascita e allattamento al seno. Sono inoltre ben 40 le associazioni di volontariato che collaborano ogni giorno con l’azienda ospedaliera.