Categoria: Tamoil

Cremona condannata a rimanere petrolifera

CREMONA Da più di un anno il Comune di Cremona ha chiesto al ministero dell’ambiente il cronoprogramma dei lavori per la dismissione degli impianti dell’ex raffineria Tamoil, operazione preliminare alla bonifica attesa da più di sei anni, ma da Roma arriva tutt’altra notizia. E’ la nuova bozza della Strategia energetica nazionale a parlare di Cremona per la presenza di un deposito logistico di prodotti petroliferi, appunto quello di via Eridano, e l’opportunità di convertire raffinerie in bioraffinerie, come a Marghera e Gela, “evidenziata dalla contemporanea contrazione della domanda di prodotti petroliferi tradizionali e dall’aumento della domanda di biocarburanti avanzati”. Quindi l’interrogativo è se a Cremona, e a Mantova, il tessuto industriale sarà mantenuto e anzi “consolidato” con un centro logistico di biocarburanti che trasformano scarti vegetali in energia, la nuova frontiera del bio. Difficile non ricordare il primato nazionale del biogas sul territorio provinciale e la connessione tra biogas e piattaforma nazionale del biometano. Sinora il governo ha presentato solo una serie di slide, con un’indicazione chiara: le energie rinnovabili non vanno oltre il 20%, imposto dall’Unione europea, e viene messo in programma il raddoppio della portata del gasdotto Tap, con la costruzione di nuovi gasdotti internazionali. Sulla bonifica del sito Tamoil l’assessore Alessia Manfredini intanto non ha ricevuto informazioni dal ministero e prepara la prossima riunione dell’Osservatorio Tamoil per una verifica complessiva. Tra le associazioni ambientaliste, Enrico Duranti dei No Gasaran nota che l’Italia punta sempre più sui carburanti fossili e sul mercato virtuale di quote di metano e di prodotti petroliferi, sul modello della Borsa. L’orizzonte è comprare metano in uno Stato e consumarlo in un altro. E il territorio provinciale, con i suoi stoccaggi, resta centrale.

Tamoil, i Radicali chiamano ministero e Comune

La sentenza d’appello, con le sue voluminose motivazioni, rischia di non avere conseguenze per l’ambiente se il Comune e il ministero non adeguano le procedure amministrative al conclamato “disastro ambientale colposo”. Di risarcimento danni ancora non si parla e di bonifica nemmeno, anzi gli impianti devono ancora essere dismessi

 

CREMONA La lettera aperta dei Radicali di Cremona al sindaco Gianluca Galimberti individua una delle contraddizioni storiche della vicenda Tamoil. Esistono ancora oggi due progetti diversi, con obiettivi differenti, ma la fonte d’inquinamento è una sola, come ha ribadito la sentenza della corte d’appello dello scorso 20 giugno, con la condanna di un manager per disastro ambientale colposo. Ancor oggi esiste infatti una messa in sicurezza delle aree esterne alla Tamoil, già attivata, mentre la bonifica delle aree interne all’ex raffineria, non ancora iniziata a sei anni dalla chiusura e sedici dall’autodenuncia della compagnia petrolifera, ha per legge obiettivi incredibilmente diversi. Sergio Ravelli e Gino Ruggeri, che sono presidente e segretario dell’associazione dei radicali cremonesi, chiedono quindi al sindaco di unificare gli obiettivi a vantaggio dell’ambiente, evitando eventuali rischi per la salute dei cittadini. Parte degli idrocarburi emessi dalla Tamoil nel sottosuolo cremonese in tanti anni di attività, dal 1963, infatti è emigrata verso le aree esterne non di proprietà libica, dove non è prevista ancora alcuna bonifica, ma dove il danno può ben esserci, dato che è la zona delle società canottieri, in riva al Po. Tamoil e società canottieri sono separate dal solo argine maestro. Si pensava in precedenza che queste aree una fonte propria di inquinamento, diversa dalla Tamoil, ma non è così: occorrono dunque obiettivi ambientali identici. Il Comune può rimediare modificando l’atto di approvazione del progetto di messa in sicurezza esterna. In questo modo le motivazioni della sentenza di condanna avrebbero una conseguenza pratica sul piano ambientale. Il pressing dei Radicali cremonesi, questa volta mediante una deputata del Pd, Gessica Rostellato, colpisce però anche il ministero dell’ambiente, che sinora non ha mai dato adeguate risposte alle istituzioni cremonesi. La parlamentare veneta infatti ha presentato un’interrogazione al ministro Galletti, con richiesta di risposta scritta, per sapere se è stata intrapresa o stia per essere avviata un’azione civile di risarcimento danni nei confronti della Tamoil. Non se ne sa finora nulla, anche perché il ministero, per un errore clamoroso, non si è presentato nel processo contro la Tamoil, e quindi la compagnia libica non ha per ora ricevuto alcuna richiesta di risarcimento e pare che nemmeno sia assicurata. Il disastro ambientale colposo non lo pagherebbe dunque nessuno e un domani potrebbe ricadere sulla pubblica amministrazione. Di qui l’attesa di una risposta da parte del ministro Gian Luca Galletti.

 

 

 

Tamoil, Comune in pressing anche sul ministero, l’Osservatorio si riunirà venerdì

CREMONA La ferita subita da Cremona è ancora aperta con un danno d’immagine lamentato dal Comune: non solo non è partita la bonifica del sito della Tamoil, ma nemmeno è iniziata la dismissione, che pure il ministero dell’ambiente ha decretato due anni fa, mentre la chiusura è del 2011 e la condanna in appello per disastro ambientale colposo, a carico di un manager, è di quest’anno, con un probabile ricorso in Cassazione. Gli stessi impianti installati nel 1963 sono al loro posto, davanti alle canottieri e vicino all’argine maestro.

L’Osservatorio municipale sull’ex raffineria si riunirà venerdì: l’assessore Alessia Manfredini promette rigore ma la normativa nazionale non ha finora aiutato Cremona. La giunta Galimberti, appena insediata, ha dovuto far ricorso al Tar per ottenere dall’industria libica il versamento della fidejussione di sette milioni di euro. Il sistema assicurativo in Italia non aiuta, perché la legislazione, come ha ricordato il geologo Gianni Porto, non prevede tempi e modi certi per le polizze sul rischio di inquinamento progressivo e storico, che tutti gli impianti produttivi dovrebbero avere. Diversamente dalla Germania, in Italia l’unico obbligo certo è quello della fidejussione. Quindi non ci sono tempi certi per la bonifica, che potrebbe tardare ancora anni. Anzi una legge voluta dal governo Molti ha tolto l’obbligo di bonifica, prevedendo un accertamento preliminare delle matrici ambientali, prima di procedere a ripulire il terreno a carico del proprietario. Oltretutto il ministero dell’ambiente, unico soggetto titolato a chiedere il risarcimento, non è entrato nel processo, sbagliando clamorosamente i tempi. Il Comune preme quindi perché il ministero si attivi, perché dica almeno qual è il cronoprogramma per la dismissione degli impianti. Nessuno sa quando passeranno i camion: oggi poi Tamoil a Cremona ha solo un deposito e nessun impianto produttivo. Le istituzioni locali rischiano di restare sole a rivendicare diritti. Intanto la barriera idraulica, che mediante le pompe aspira gli idrocarburi dal sottosuolo dell’ex raffineria, continua dal 2007 e l’unico dato positivo è che dopo nove anni i dati sull’inquinamento sono chiaramente migliorati. L’assessore quindi promette nuove analisi del sito inquinato, per giustificare nuove iniziative. Il ministero dell’ambiente l’anno prossimo dovrebbe entrare in gioco con tutta la propria forza, mentre la pressione dei Radicali prosegue incessante. Sul riutilizzo dell’area, il Comune ha detto no al polo logistico e al parcheggio: prima si faranno le analisi, poi, secondo gli auspici, la probabile bonifica, che non ha tempi certi. Sarà verificata anche la condizione delle aree interne delle canottieri. L’Osservatorio si riunirà venerdì alle 14.30 al primo piano di palazzo comunale, nella saletta dei consiglieri.

Balotta, Legambiente: “Il caso Tamoil è ancora attuale”

Il primato dell’ambiente non si è ancora affermato, malgrado i pericoli che corre il pianeta e la stessa sopravvivenza della specie umana. Cremona, per l’imponente inquinamento di idrocarburi che patisce da anni, è uno dei simboli della politica che rinuncia alla tutela dell’ambiente e della salute in cambio di posti di lavoro. Strategia temibile ma non ancora tramontata, dato che ambiente sicurezza e lavoro sono considerate priorità alla pari dal sindaco Galimberti, col rischio, ancora, di una sorta di bilanciamento che in realtà non è più acccettabile viste le condizioni del pianeta Terra.

La gratitudine verso alcune iniziative della Tamoil perdura, come hanno dimostrato alcuni consiglieri comunali del centrosinistra, riconoscendo anche l’anno scorso il merito di tanti investimenti a favore della città e delle attività culturali e sportive. Così, per quanto l’amministrazione attuale si sia costituita parte civile in appello, il commento di Dario Balotta, di Legambiente Lombardia individua un problema ancora attuale, viste anche la situazione bresciana della Caffaro e dell’Ilva di Taranto. Pochi giorni fa sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di condanna in appello per l’amministratore delegato Enrico Gilberti, giudicato responsabile di disastro ambientale colposo, assolto invece da altre accuse assieme a diversi altri amministratori. La Tamoil, come sostiene Balotta, non andava considerata come un filantropo: occorreva innanzitutto effettuare i controlli ambientali e poi sarebbero potute accettare le sponsorizzazioni. Il bene più importante è la tutela del creato, come riconosce l’enciclica “Laudato sì” di papa Francesco: il pianeta non regge più la compromissione dell’ambiente da parte delle grandi aziende in nome della conservazione dei posti di lavoro. E nei confronti della Tamoil le amministrazioni cremonesi hanno dimostrato una sottovalutazione del problema, che si è poi trasformata in un’accettazione. Ci sono stati intrecci e legami con il colosso petrolifero libico e le istituzioni cremonesi, nel corso degli anni, hanno avuto paura di controllare. Lo stesso Comune non ha affatto trasmesso ai cittadini il desiderio di sapere e dimostrare quale fosse la reale situazione. E dire che la salvaguardia della salute è compito della pubblica amministrazione, non della magistratura. Le motivazioni della sentenza della corte d’appello riconoscono la funzione di cittadinanza attiva di chi è andato controcorrente, come i militanti del partito radicale, alcuni avvocati soci delle società canottieri, che hanno subito l’inquinamento da idrocarburi, e Legambiente.