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Tamoil, i Radicali chiamano ministero e Comune

La sentenza d’appello, con le sue voluminose motivazioni, rischia di non avere conseguenze per l’ambiente se il Comune e il ministero non adeguano le procedure amministrative al conclamato “disastro ambientale colposo”. Di risarcimento danni ancora non si parla e di bonifica nemmeno, anzi gli impianti devono ancora essere dismessi

 

CREMONA La lettera aperta dei Radicali di Cremona al sindaco Gianluca Galimberti individua una delle contraddizioni storiche della vicenda Tamoil. Esistono ancora oggi due progetti diversi, con obiettivi differenti, ma la fonte d’inquinamento è una sola, come ha ribadito la sentenza della corte d’appello dello scorso 20 giugno, con la condanna di un manager per disastro ambientale colposo. Ancor oggi esiste infatti una messa in sicurezza delle aree esterne alla Tamoil, già attivata, mentre la bonifica delle aree interne all’ex raffineria, non ancora iniziata a sei anni dalla chiusura e sedici dall’autodenuncia della compagnia petrolifera, ha per legge obiettivi incredibilmente diversi. Sergio Ravelli e Gino Ruggeri, che sono presidente e segretario dell’associazione dei radicali cremonesi, chiedono quindi al sindaco di unificare gli obiettivi a vantaggio dell’ambiente, evitando eventuali rischi per la salute dei cittadini. Parte degli idrocarburi emessi dalla Tamoil nel sottosuolo cremonese in tanti anni di attività, dal 1963, infatti è emigrata verso le aree esterne non di proprietà libica, dove non è prevista ancora alcuna bonifica, ma dove il danno può ben esserci, dato che è la zona delle società canottieri, in riva al Po. Tamoil e società canottieri sono separate dal solo argine maestro. Si pensava in precedenza che queste aree una fonte propria di inquinamento, diversa dalla Tamoil, ma non è così: occorrono dunque obiettivi ambientali identici. Il Comune può rimediare modificando l’atto di approvazione del progetto di messa in sicurezza esterna. In questo modo le motivazioni della sentenza di condanna avrebbero una conseguenza pratica sul piano ambientale. Il pressing dei Radicali cremonesi, questa volta mediante una deputata del Pd, Gessica Rostellato, colpisce però anche il ministero dell’ambiente, che sinora non ha mai dato adeguate risposte alle istituzioni cremonesi. La parlamentare veneta infatti ha presentato un’interrogazione al ministro Galletti, con richiesta di risposta scritta, per sapere se è stata intrapresa o stia per essere avviata un’azione civile di risarcimento danni nei confronti della Tamoil. Non se ne sa finora nulla, anche perché il ministero, per un errore clamoroso, non si è presentato nel processo contro la Tamoil, e quindi la compagnia libica non ha per ora ricevuto alcuna richiesta di risarcimento e pare che nemmeno sia assicurata. Il disastro ambientale colposo non lo pagherebbe dunque nessuno e un domani potrebbe ricadere sulla pubblica amministrazione. Di qui l’attesa di una risposta da parte del ministro Gian Luca Galletti.

 

 

 

Sergio Ravelli: “La comunità cremonese rialzi la testa contro ogni forma di inquinamento”

Nessuno può sentirsi estraneo alle vicende della raffineria Tamoil di Cremona: il disastro non è solo ambientale, ma anche politico, tanto più dopo le motivazioni della sentenza di condanna dell’ex amministratore delegato Enrico Gilberti da parte della Corte d’assise d’appello di Brescia. La pubblica amministrazione non è intervenuta con l’efficacia dovuta, né per prevenire né per risolvere il problema: e la tutela della salute è compito della pubblica amministrazione non della magistratura, com’è stato sottolineato proprio da un magistrato cremonese durante il processo di primo grado. I cittadini non hanno potuto essere informati tempestivamente se non grazie alle iniziative del partito radicale, quindi alla causa civile promossa dal segretario Gino Ruggeri “in nome e per conto del Comune”, rimasto fuori dal processo di primo grado. I cittadini si sono trovati a sostenere un sistema politico locale con la Tamoil ha convissuto serenamente per anni e anni. Anche in consiglio comunale, durante la discussione sulla proposta di medaglia d’oro al valor civile per Gino Ruggeri, proposta dal M5S, il centrosinistra – che ha respinto la proposta – ha espresso commenti di approvazione e riconoscimento “per tutto quello che ha fatto la Tamoil per la città”. Sponsorizzazioni, sostegno ad attività culturale, posti di lavoro grazie alla raffineria, mentre gli idrocarburi contaminavano il sottosuolo. Qualcosa non ha funzionato per nulla, però, dato che solo la magistratura ha accertato la verità, che i Radicali cremonesi avevano segnalato più volte, rimanendo però soli per anni. Di inquinamento, si parla ormai spesso, con toni allarmati e comprensibili: attorno alla Tamoil, quando l’allarme avrebbe avuto senso, vista la condanna per disastro ambientale colposo, regnava la calma, interrotta solo da sporadiche voci, rimaste isolate. Così, nel 2001, dopo l’autodenuncia di Tamoil, l’ad Enrico Gilberti ha potuto rimandere di tre anni le videoispezioni della rete fognaria, con “grave, notevole e ingiustificato ritardo”, come hanno spiegato il giudice. Tamoil ha anche fatto sapere che la rete fognaria era completa ed efficiente, dichiarando così il falso, come dicono le motivazioni della sentenza del 20 giugno. La politica ha fatto le proprie valutazioni? Se il caso si ripetesse, che farebbe il Comune? Rifiuterebbe un’altra volta di costituirsi parte civile, sostituito da un cittadino, come ha fatto Gino Ruggeri a proprio rischio? Sergio Ravelli, che ha ricostruito l’intera storia nel suo libro “Morire di petrolio” oggi ha diffuso questa dichiarazione:

“Che si trattasse di un vero e proprio disastro ambientale causato dalla raffineria Tamoil emerge in maniera evidentissima, anche dopo il deposito delle motivazioni della sentenza d’appello, se solo si considerano la qualità e la quantità di sostanze nocive immesse nel terreno, negli acquiferi, nelle falde e il conseguente degrado della salubrità dell’ambiente, la potenzialità di tale inquinamento ad intaccare la salute delle popolazioni che potevano avere accesso all’acqua così inquinata. Queste sono da sempre le convinzioni dei radicali che da soli e inascoltati, per anni e anni, hanno lottato per far emergere tale verità fino a sollecitare e difendere la tenuta di un processo che oltre alle pene detentive ha riconosciuto al Comune un milione di euro per danni subiti. Tutto questo solo grazie al fatto che un cittadino, il segretario dei Radicali Gino Ruggeri, si è sostituito al Comune che non voleva costituirsi parte civile. Ora che l’accertamento della verità ha trovato un’ulteriore verifica con l’esito positivo del processo d’appello, è tempo che la comunità cremonese rialzi la testa contro ogni forma di inquinamento, da quello ambientale, più evidente, a quello economico, sociale e politico, più difficilmente disvelabili. Questo sarà possibile solo se sarà restituito ai cittadini, le principali vittime della partitocrazia oltre che della raffineria, il diritto alla conoscenza. Ovvero solo se sarà ripristinato uno dei principi fondamentali di ogni sistema democratico: il conoscere per deliberare”.